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Già reduce da un tumore maligno al pancreas, Jobs rischiava di morire se non si fosse immediatamente sottoposto ad un trapianto del fegato. Ma l’impresa si rivela difficilissima. Insieme a lui, oltre 3.400 californiani erano in lista d’attesa per un nuovo fegato nel 2009. Di questi, soltanto 671 sono riusciti nel loro intento. E 400 sono morti. Tra gennaio e marzo del 2009, Jobs si imbarca in un disperato tour de force, precluso ai comuni mortali. Con il suo jet privato attraversa in lungo e in largo gli Stati Uniti, sborsando cifre da capogiro a medici ed ospedali per iscriversi al più alto numero possibile di liste di attesa. La pratica, nota in America come multiple-listing, permette ai malati molto ricchi di aumentare le proprie chance di ricevere un trapianto in un paese dove i donatori sono assai meno dei beneficiari e, nell’assegnare un organo, gli ospedali danno la precedenza alle proprie liste d’attesa «statali», prima di consultare il registro nazionale. In ognuno di questi ospedali, Jobs è costretto a ripetere ex novo l’estenuante e costosissima batteria di test, consulti e check-up. Un’opzione proibita all’americano medio visto che le polizze assicurative rimborsano, al massimo, una sola immatricolazione. All’inizio di marzo, finalmente, arriva il miracolo. Uno degli ospedali dove Jobs si è iscritto, il Methodist University Hospital di Memphis, in Tennessee, ha un fegato per lui: appartiene a un ragazzo di vent’anni, deceduto in un incidente stradale. (Corriere)

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La pazzesca storia del trapianto di fegato di Steve Jobs raccontata da Forbes.
