
Il fascino del calcio consiste anche nella sua dose di irrazionalità: in un mondo poco propenso all’immaginazione come il nostro, per molte persone il calcio resta l’ultima riserva di magia e di fantastico, di malie e di incantesimi, ingredienti che danno un sapore unico alle fiabe. Ora, proprio nel rigido protocollo delle fiabe, l’eroe non può tramutarsi in traditore, anzi. Quando la prova viene superata e l’eroe finalmente riconosciuto, dobbiamo per forza partecipare al suo trionfo e alla sua trasformazione (lo Special One della favola riceve il meritato premio per averci liberato da un incantesimo, assume un nuovo aspetto, diventa bellissimo, di solito sposa la figlia del re). Non solo: l’antagonista viene punito e maledetto per gli anni a venire. Dopo la vittoria contro il Bayern, Mou sale su un’auto del presidente del Real Madrid e solo un forte senso di colpa lo costringe a fermarsi e a raggiungere Marco Materazzi per abbandonarsi a un pianto liberatorio. Il tema dell’eroe e del traditore (dell’eroe che è al contempo l’antagonista) appartiene invece alla più complessa letteratura della menzogna (come ci ha spiegato con maestria Giorgio Manganelli: una finzione totale qual è, nella sua ultima essenza, la letteratura); non ha più nulla da spartire con la favola del calcio. E il trauma sarà tanto più squassante quanto più intenso è stato il rapporto. Non c’è dubbio che Mou abbia fatto molto per l’Inter, soprattutto sul piano motivazionale. Ha saputo infondere ai giocatori un senso di superiorità nei confronti delle altre squadre, liberandoli simultaneamente da ogni complesso di inferiorità, specie nei confronti dei media. (Grasso sul Corriere)
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Mourinho, ai miei occhi, era il miglior allenatore del mondo prima di arrivare all'Inter, lo è a maggior ragione oggi, dopo che ha cambiato la testa all'unica squadra italiana tecnicamente di livello internazionale. Far vincere la Coppa ad una società sportiva priva di carattere e di testa come era quella caricatura di squadra che era l'Inter fino al 2008 è opera molto più complessa e mentalmente faticosa di quanto possa apparire: aveva fallito uno come Lippi, avevano fallito tutti - a parte le finte vittorie di Mancini - e la gigantesca opera di Josè Mourinho dovrebbe essere riconosciuta con maggiore passione e generosità dai tifosi nerazzurri. Senza di lui, nonostante l'immutabile dislivello con le altre squadre italiane, sarà impossibile ripetere l'exploit di quest'anno. Sarebbe stato impossibile anche per lui e comunque, per mantenere il livello di adrenalina che ha accumulato in questi anni, Mourinho aveva bisogno di nuovi stimoli. Madrid è la piazza giusta: perchè è la squadra più prestigiosa del mondo, perchè manca l'appuntamento con la vittoria da tanto tempo, perchè ha un problema mentale più che tecnico. Allenare l'Inter in Europa è come allenare il Bologna in Italia. Allenare il Real in Europa è come allenare la Juventus in Italia. Io credo che lo Special One sia uno che in questa fase della sua carriera vuole bruciare la candela da entrambi i lati e dopo avere portato sul tetto d'Europa il Real, non credo che avrà molte altre energie da mettere in campo e potrebbe scegliere la strada che ha seguito Arrigo Sacchi, ritirandosi dall'attività abbastanza presto. In caso contrario una possibile meta potrebbe essere la Juventus o il Milan (se Berlusconi volesse tornare ad avere una squadra competitiva), o proprio il Bayern (anche se l'appeal della Germania - anche a livello economico - non è proprio ai massimi livelli). Ma sta anche nell'ambizione personale di Mourinho di lasciare il proprio nome nella storia del calcio la grandezza di questo allenatore. L'essere speciale. Per questo non si può fermare. Capisco la delusine dei tifosi interisti, ma non si tratta di tradimento, perchè se si fermasse ora, Mourinho tradirebbe se stesso. E invece deve correre, deve cogliere l'onda del suo tempo, deve seguire il suo istinto vincente. I sentimenti che esprime sono reali. Le lacrime con Materazzi sono commoventi e assolutamente sincere. Ma lui è come lo scorpione che incontra la rana e non c'è niente da fare. Dobbiamo solo seguire la sua corsa ammirati o infastiditi, ma tra vent'anni, tutti ricorderemo la grandezza di questo allenatore e la commenteremo con i nostri nipotini.
