
Nelle intenzioni dell'autore Il segreto dei suoi occhi non è un film noir. Il "piatto forte, le forze motrici di questo film sono un amore non dichiarato durato anni, la frustrazione e il vuoto percepito dai personaggi principali. Il genere noir è solo il vassoio sul quale la pietanza principale viene servita". (Sentieri Selvaggi, Il Messaggero)

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Per fortuna che c'è ancora il cinema! E' sempre più raro provare godimento, nutrire i propri neuroni attraverso immagini povere, di vite normali. E' sempre più difficile essere felici di vedere una grande storia in una sala buia, su un enorme schermo... Per fortuna che ci sono ancora grandi artigiani delle immagini, delle storie, delle parole… degli sguardi. "Il Segreto dei Suoi occhi" è un film magnifico: il più bello che ho visto dai tempi de "Le Vite degli Altri". Il regista ci accompagna per più di due ore a svelare una storia torbida che si svolge, incalzante, in un periodo opaco della storia argentina. Una storia che ci lascia senza fiato. Lo fa con una grandissima proprietà di gestione delle emozioni, con una magistrale capacità di fare muovere gli attori e con una sceneggiatura un po' barocca, ma alla fine assai efficace. Attorno all'indagine sul "caso Morales", uno stupro agghiacciante e spietato, si intrecciano relazioni di amicizia, di odio e un'amore discreto e profondo, l'ingiustizia di una situazione politica in rapida degenerazione e la dilagante arroganza di un potere senza scrupoli, nè coscienza. C'è una sequenza molto bella per la quale il regista si è giocato la metà del budget: l'avvicinamento ad uno stadio di calcio durante la partita. Non aggiunge nulla alla storia, ma ci fa capire che - se ne avesse i mezzi - questo Juan José Campanella ci poteva anche stupire con effetti speciali. In realtà ci lascia di stucco con delle idee fulminanti, con dei colpi di scena, con delle trovate melodiche (senza avere paura di diventare troppo svenevole). E' un film di grandi passioni, di sentimenti repressi e un elogio leggero ma deciso della coscienza civile, dell'onestà, del senso del dovere. Non è un film di propaganda, non c'è nessuna prosopopea, non c'è neppure un senso di "formazione delle masse": ma è un film di quella sinistra che amo. Di quella che usa la testa, non la pancia. Tutto è piano, naturale, discreto. Ci sono due donne di un fascino assoluto. Di una vediamo il cadavere tumefatto, ma ci innamoriamo di lei e entriamo nella testa di Joaquin Esposito, siamo con lui a pensare a quel bastardo che l'ha ridotta in quel modo, a cercare con lui la strada per arrivare all'assassino. Poi c'è la procuratrice, la sua capa: troppo bella e giovane per essere raggiungibile, troppo elegante e raffinata per essere la persona con cui dividere la vita, troppo istruita e di buona famiglia per poterle dichiarare tutta la propria passione. Una scena vale il biglietto del cinema: quella dell'ascensore. Non sto a spiegarla. E' una magistrale prova registica e una trovata che sfiora la genialità. La seconda è il non-bacio più bello della storia del cinema degli ultimi vent'anni. In quel negarsi a vicenda, in quel desiderio represso e in quella storia che appare impossibile, c'è la forza di un'amore travolgente, ancor più grande perchè non consumabile. Una passione che non può avere fine: il segno di un amore eterno e incancellabile.