
"Sicuramente questo film si nutre di qualcosa di autentico: un desiderio di far pace con la vita, in un momento di sfiducia, in cui ci si sente come in esilio. Da qui il desiderio di trovare una patria, una casa, un luogo da cui ripartire". Il tutto in una pellicola in cui la politica è assente; ma che nasce da un disagio anche politico: "Non sento più né fiducia né patria - prosegue Virzì - pensiamo ai fatti calabresi, allo sparare sugli africani. Cose che generano in me vergogna, imbarazzo. E non solo nella vita pubblica: basta pensare a cosa succede alle riunioni di condominio, o ai semafori. L'aria del tempo mi lascia esterrefatto". (Repubblica)
«Il mio film è un inno alle persone fragili, più che alla famiglia. Questa giovane donna, anche bischera e svitata, ha dentro la poesia del vivere. Come diceva Tolstoj, le famiglie si somigliano, ma ogni famiglia è felice a modo suo», spiega il regista, che ha scritto soggetto e sceneggiatura con Francesco Bruni e Francesco Piccolo. (Il Giornale)

* * *
C'è qualcosa che mi ha inquietato ne "La Prima Cosa Bella" di Paolo Virzì. Non ho ancora capito bene cosa. Appena uscito ho pensato che fosse qualcosa della regia, della scrittura del film, che non filava via (come uno zucchero filante). Ma se fosse stato questo, non si poteva spiegare perchè questi attori siano tutti strepitosi. Mastandrea sopra tutti, ma una Sandrelli intensa e in fantastica forma ("Non ci poteva essere questo film senza Stefania", ha detto Virzì in conferenza stampa a Milano), una notevole Claudia Pandolfi e una sorprendente Micaela Ramazzotti che è diventata un'attrice vera, capace di dare credibilità e forza alla figura attorno alla quale girano tutte le storie di questo affresco, perfetti i bambini che interpretano i due fratelli piccoli. Dunque non poteva essere un problema di regia se il direttore di questa sarabanda faceva girare gli attori così bene. Ci doveva essere qualcosa d'altro che mi lasciava un peso sullo stomaco. Un magone. Un senso di inquietudine. Ci ho pensato. Forse era la storia. Una storia autentica e profonda, talmente vera che chi è stato bambino alla fine degli anni '60 e ha vissuto in un angolo della provincia italiana ha toccato... e ha sentito male. Come con un ferro che sfiora un nervo scoperto. Come l'acqua fredda per un dente cariato.
I personaggi che si muovono sullo schermo, i sentimenti che racconta Virzì, le grandi passioni raccontate dal film, erano personaggi, sentimenti e passioni dell'Italia. Virzì arriva a noi, là dove è raro toccare il cuore. Lui dice che non si tratta di un film nostalgico (anzi, manifesta una vera idiosincrazia per la parola "nostalgia"). Gli credo. Mi pare sia vero. Ha più a che fare con qualcosa di ancestrale, di primordiale: ciò che ha forgiato il nostro carattere e la personalità della mia generazione. In questo Virzì è implacabile: non ci risparmia ciò che ci ha fatto soffrire, quello che ci ha fatto paura. Parafrasando Tolstoj si può dire: "le persone si somigliano, ma ognuno soffre a modo suo". Sono le sofferenze nel vedere i litigi, la vergogna per le passioni esibite, l'angoscia per le incomprensioni tra adulti, l'ansia per la cattiveria dei coetanei nelle dinamiche di gruppo a scuola o in cortile. Tutte prove che si devono superare per crescere. Certo, tutto è raccontato con maestria, con levità, con senso dell'ironia, con comicità, ma non per questo sono cose che fanno meno male. Se qualcuno leggerà queste righe eviterà di andarlo a vedere. Ma sbaglia, perchè questo film è la prima cosa bella che si vede al cinema in questo 2010.