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Lea Seydoux

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Il Segreto Dei Suoi Occhi

Il segreto dei suoi occhi  Soledad Villamil e Ricardo Darìn

Nelle intenzioni dell'autore Il segreto dei suoi occhi non è un film noir. Il "piatto forte, le forze motrici di questo film sono un amore non dichiarato durato anni, la frustrazione e il vuoto percepito dai personaggi principali. Il genere noir è solo il vassoio sul quale la pietanza principale viene servita".  (Sentieri Selvaggi, Il Messaggero)

Il segreto dei suoi occhi ascensore

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Il segreto dei suoi occhi

Per fortuna che c'è ancora il cinema! E' sempre più raro provare godimento, nutrire i propri neuroni attraverso immagini povere, di vite normali. E' sempre più difficile essere felici di vedere una grande storia in una sala buia, su un enorme schermo... Per fortuna che ci sono ancora grandi artigiani delle immagini, delle storie, delle parole… degli sguardi. "Il Segreto dei Suoi occhi" è un film magnifico: il più bello che ho visto dai tempi de "Le Vite degli Altri". Il regista ci accompagna per più di due ore a svelare una storia torbida che si svolge, incalzante, in un periodo opaco della storia argentina. Una storia che ci lascia senza fiato. Lo fa con una grandissima proprietà di gestione delle emozioni, con una magistrale capacità di fare muovere gli attori e con una sceneggiatura un po' barocca, ma alla fine assai efficace. Attorno all'indagine sul "caso Morales", uno stupro agghiacciante e spietato, si intrecciano relazioni di amicizia, di odio e un'amore discreto e profondo, l'ingiustizia di una situazione politica in rapida degenerazione e la dilagante arroganza di un potere senza scrupoli, nè coscienza. C'è una sequenza molto bella per la quale il regista si è giocato la metà del budget: l'avvicinamento ad uno stadio di calcio durante la partita. Non aggiunge nulla alla storia, ma ci fa capire che - se ne avesse i mezzi - questo Juan José Campanella ci poteva anche stupire con effetti speciali. In realtà ci lascia di stucco con delle idee fulminanti, con dei colpi di scena, con delle trovate melodiche (senza avere paura di diventare troppo svenevole). E' un film di grandi passioni, di sentimenti repressi e un elogio leggero ma deciso della coscienza civile, dell'onestà, del senso del dovere. Non è un film di propaganda, non c'è nessuna prosopopea, non c'è neppure un senso di "formazione delle masse": ma è un film di quella sinistra che amo. Di quella che usa la testa, non la pancia. Tutto è piano, naturale, discreto. Ci sono due donne di un fascino assoluto. Di una vediamo il cadavere tumefatto, ma ci innamoriamo di lei e entriamo nella testa di Joaquin Esposito, siamo con lui a pensare a quel bastardo che l'ha ridotta in quel modo, a cercare con lui la strada per arrivare all'assassino. Poi c'è la procuratrice, la sua capa: troppo bella e giovane per essere raggiungibile, troppo elegante e raffinata per essere la persona con cui dividere la vita, troppo istruita e di buona famiglia per poterle dichiarare tutta la propria passione. Una scena vale il biglietto del cinema: quella dell'ascensore. Non sto a spiegarla. E' una magistrale prova registica e una trovata che sfiora la genialità. La seconda è il non-bacio più bello della storia del cinema degli ultimi vent'anni. In quel negarsi a vicenda, in quel desiderio represso e in quella storia che appare impossibile, c'è la forza di un'amore travolgente, ancor più grande perchè non consumabile. Una passione che non può avere fine: il segno di un amore eterno e incancellabile. 

 



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Greta Garbo

Greta Garbo

«Con la sua presenza-assenza in mezzo a noi, la Garbo è una testimonianza vivente del passato splendore di una diva. Troppo grande per il cinema divenuto piccolo, si è degnata appena di girare alcuni film ogni tanto, prima di chiudersi nel silenzio. Sopravvissuta al crepuscolo degli dei, col suo mistero e la sua solitudine, ci dà la misura dell' evoluzione avvenuta nel cinema. Come in segno di lutto, quasi per proteggersi dalla corruzione del mondo e del tempo, la Garbo nasconde il suo volto sotto un grande cappello sgraziato e dietro grossi occhiali neri. Ma per il nostro ricordo sotto quei veli risplende sempre il suo volto immortale». (Edgar Morin, da I Divi, 1957 - via Corriere della Sera)

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Greta Garbo

Se dovessi dare un volto alla sensualità, al mistero delle donne, sarebbe quello di Greta Garbo. Certo ci sono state nella storia del cinema, dell'immaginario donne anche più belle: ma il mito che la contornava, fin da quando avevo abbandonato la fanciullezza da poco, è stato quello sguardo e quella capacità di scomparire. In seguito mi innamorai perdutamente anche di Marilyn Monroe, ma si trattava di un amore troppo facile, meno sofisticato. In fondo Marilyn l'amavano tutti. Mi sono fatto l'idea che amare Greta Garbo fosse meno di sinistra e quindi da tenere più coperto, da non esibire. Sarà che Ninotchka era un'anti comunista, ma è stato nella sua contemporanea capacità di essere dimessa e regina, triste, allegra (scoprii dopo che in Ninotchka fu la prima volta che la Garbo rideva in un film) e riflessiva con un'espressione da grande intellettuale e comunque capace in ogni storia di fare completamente perdere la testa anche a uomini simpatici, l'essenza della sua grandezza... Sono vent'anni che è morta, ma è come se il suo fascino permeasse ancora le sale buie tagliate da un fascio di luce...

 



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Jesse James

jesse james in macchina

Il tradimento del marito di Sandra è stato reso noto dalla stessa protagonista, la modella Michelle «Bombshell» McGee, «bomba sexy» famosa per gli scatti provocanti e per il corpo ricoperto di tatuaggi. In un'intervista al tabloid "InTouch", ha raccontato che Jesse James le aveva assicurato di essersi separato. «Credevo fosse una storia seria e non l'avrei mai iniziata se avessi saputo che era sposato», ha dichiarato la modella. (Corriere)

jesse james marito bullock

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Sandra Bullock sott'acqua

La natura delle persone a volte è già scritta nel nome, ma più scientificamente è opportuno soffermarsi sul viso. In questo caso tenderei a rivolgere l'attenzione su un'analisi lombrosiana del soggetto Jesse James.

Bombshell



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Alessandro Camon

Alessandro Camon

Alessandro candidato per la sceneggiatura di "The Messenger". Da Los Angeles, dove vive, racconta come ha appreso la notizia. "Mi fa piacere il riconoscimento perché il film è fatto con passione. Tra poco esce in Italia". (Mattino di Padova)

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Per i tre gradi di separazione Alessandro Camon è mio amico. Essendo lui molto amico di Emiliano, è anche amico mio. In realtà ci siamo anche visti: abbiamo giocato a pallone nel campetto della UCLA tanto tempo fa. Un altro momento che abbiamo passato "insieme" è stato quando si è iscritto al nostro campionato di fantacalcio, quattro anni fa, quando partecipava da LA (a fantacalcio è scarso perchè è troppo tifoso juventino ed è influenzato da questa passione nelle scelte delle sue formazioni). Per anni Emiliano mi ha parlato di lui, della sua attività di produttore, e poi mi ha raccontato della sua attività di sceneggiatore che, evidentemente, gli è molto congegnale. The Messenger ha vinto l'orso d'argento al festival di Berlino e pare essere un ottimo film. E' legittimo quindi sperare che il nostro compagno di fantacalcio possa alzare la statuetta più ambita nel mondo del cinema.



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La Prima Cosa Bella

Locandina de La Prima Cosa Bella

"Sicuramente questo film si nutre di qualcosa di autentico: un desiderio di far pace con la vita, in un momento di sfiducia, in cui ci si sente come in esilio. Da qui il desiderio di trovare una patria, una casa, un luogo da cui ripartire". Il tutto in una pellicola in cui la politica è assente; ma che nasce da un disagio anche politico: "Non sento più né fiducia né patria  -  prosegue Virzì  -  pensiamo ai fatti calabresi, allo sparare sugli africani. Cose che generano in me vergogna, imbarazzo. E non solo nella vita pubblica: basta pensare a cosa succede alle riunioni di condominio, o ai semafori. L'aria del tempo mi lascia esterrefatto". (Repubblica)

«Il mio film è un inno alle persone fragili, più che alla famiglia. Questa giovane donna, anche bischera e svitata, ha dentro la poesia del vivere. Come diceva Tolstoj, le famiglie si somigliano, ma ogni famiglia è felice a modo suo», spiega il regista, che ha scritto soggetto e sceneggiatura con Francesco Bruni e Francesco Piccolo. (Il Giornale)

 Paolo Virzì e Michaela Ramazzotti

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C'è qualcosa che mi ha inquietato ne "La Prima Cosa Bella" di Paolo Virzì. Non ho ancora capito bene cosa. Appena uscito ho pensato che fosse qualcosa della regia, della scrittura del film, che non filava via (come uno zucchero filante). Ma se fosse stato questo, non si poteva spiegare perchè questi attori siano tutti strepitosi. Mastandrea sopra tutti, ma una Sandrelli intensa e in fantastica forma ("Non ci poteva essere questo film senza Stefania", ha detto Virzì in conferenza stampa a Milano), una notevole Claudia Pandolfi e una sorprendente Micaela Ramazzotti che è diventata un'attrice vera, capace di dare credibilità e forza alla figura attorno alla quale girano tutte le storie di questo affresco, perfetti i bambini che interpretano i due fratelli piccoli. Dunque non poteva essere un problema di regia se il direttore di questa sarabanda faceva girare gli attori così bene. Ci doveva essere qualcosa d'altro che mi lasciava un peso sullo stomaco. Un magone. Un senso di inquietudine. Ci ho pensato. Forse era la storia. Una storia autentica e profonda, talmente vera che chi è stato bambino alla fine degli anni '60 e ha vissuto in un angolo della provincia italiana ha toccato... e ha sentito male. Come con un ferro che sfiora un nervo scoperto. Come l'acqua fredda per un dente cariato.
I personaggi che si muovono sullo schermo, i sentimenti che racconta Virzì, le grandi passioni raccontate dal film, erano personaggi, sentimenti e passioni dell'Italia. Virzì arriva a noi, là dove è raro toccare il cuore. Lui dice che non si tratta di un film nostalgico (anzi, manifesta una vera idiosincrazia per la parola "nostalgia"). Gli credo. Mi pare sia vero. Ha più a che fare con qualcosa di ancestrale, di primordiale: ciò che ha forgiato il nostro carattere e la personalità della mia generazione. In questo Virzì è implacabile: non ci risparmia ciò che ci ha fatto soffrire, quello che ci ha fatto paura. Parafrasando Tolstoj si può dire: "le persone si somigliano, ma ognuno soffre a modo suo". Sono le sofferenze nel vedere i litigi, la vergogna per le passioni esibite, l'angoscia per le incomprensioni tra adulti, l'ansia per la cattiveria dei coetanei nelle dinamiche di gruppo a scuola o in cortile. Tutte prove che si devono superare per crescere. Certo, tutto è raccontato con maestria, con levità, con senso dell'ironia, con comicità, ma non per questo sono cose che fanno meno male. Se qualcuno leggerà queste righe eviterà di andarlo a vedere. Ma sbaglia, perchè questo film è la prima cosa bella che si vede al cinema in questo 2010.



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Carlo Verdone

Laura Chiatti e Carlo Verdone sul set

«Ecco: cominciamo dalla fine. Li metto tutti su un divano, hanno finalmente lo sguardo sereno, mentre poco tempo prima si sbranavano per una casa. È un'immagine di speranza nel futuro. L'esatto contrario dello scetticismo e del nichilismo. E vale anche per me: io, se perdo la speranza mi sparo un colpo di pistola in testa. Io sono laico, ma un senso religioso della vita lo cerco; sempre. Nella vita e nei miei film. Per questo ho un sentimento di immedesimazione con il mio lavoro. Io non scuoto la testa di fronte a quelle situazioni tipiche del nostro modo di vivere occidentale che ti fanno venire l'esaurimento nervoso. Io sono smarrito, ma cerco una strada e non mi voglio perdere. Ho fatto un film-commedia, volete chiamarla una commedia cattolica? Fate voi». (Corriere)

Carlo Verdone sul set

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Laura Chiatti + Lara nel film di Verdone

Il film di Carlo Verdone è molto divertente, intelligente ed equilibrato. A tratti elegante. Non è una cosa frequente vedere un film italiano fatto con tanto garbo e con così cura, soprattutto in un film di cassetta, quindi che deve arrivare al maggior numero di spettatori possibile. Nella polemica con Messori sul nichilismo sono assolutamente daccordo con Verdone. "Io, Loro e Lara" è un film sulla romanità, che in questi anni corrisponde con l'italianità. Verdone è in grandissima forma e anche Laura Chiatti, che normalmente nei film è un oggetto estraneo, riesce a fare una figura quasi dignitosa. Gli attori sono molto bravi e anche la regia di Verdone appare assai sicura e addirittura brillante. Insomma mi pare un lavoro che iscrive definitivamente Verdone nell'Olimpo del nostro cinema (sì lo so l'Olimpo italiano di questi tempi è una collinetta, ma che dobbiamo fare). Un film che consiglio decisamente.

Carlo e i suoi fratelli nel fil di Verdone



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Massimo Ghini

Massimo Ghini interpreta Enrico Mattei

Massimo Ghini, che è presidente del Sai (sindacato attori italiani), ha ricevuto il 30 dicembre scorso una telefonata anonima in cui l'interlocutore, dopo averlo apostrofato «sporco comunista», gli ha intimato telefonicamente di tenersi «alla larga» dall'Imaie, l'Istituto per la tutela dei diritti degli artisti interpreti esecutori, di cui l'attore è consigliere d'amministrazione. (Corriere)

Massimo Ghini con Sabrina Ferilli

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Massimo Ghini in vasca da bagno

Da quello che si capisce dai giornali è certamente una minaccia che arriva da chi è nel mondo del cinema e l'invidia per "la fortuna" televisiva e cinematografica di Massimo Ghini credo sia abbastanza diffusa, soprattuto da parte di chi ha un orientamento politico diverso dal suo. Esprimo a Ghini, il compagno di scuola di Walter Veltroni, la mia solidarietà. 

Massimo Ghini



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Christian De Sica

Christian De Sica e Michelle

La definizione di «film d’essai» è parsa eccessiva.
«A parte che il ministro Bondi ha chiarito che non è proprio così, è evidente che definire "Natale a Beverly Hills" un film d’essai è una sciocchezza. Se il produttore ha chiesto soldi presentandolo come tale, ha sbagliato. I film di cassetta non hanno bisogno di finanziamenti pubblici. Se ho capito bene, però, non si tratta di aiuti ma di un credito d’imposta sugli incassi, da reinvestire in film artisticamente più complessi. Perché, vede, il famigerato cinepanettone mantiene l’intero cinema italiano».
Addirittura?
«Mi rendo conto che è un po’ cafone dirlo. Però è un dato di fatto. A parte un paio di capolavori, il resto dei film raffinati fa incassi penosi. Le opere dei registi e degli attori premiati dalla critica non le va a vedere nessuno».
(Corriere)

Christian De Sica in sala doppiaggio

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sabrina ferilli christian de sica

Non lo dico volentieri, ma tra Fare Futuro e Christian De Sica, ha ragione De Sica. Il credito d'imposta per il cinema è stata una notevole operazione per trovare risorse per il cinema, che altrimenti non ne avrebbe. Giornali, radio e televisioni politiche e culturali, cinema, teatro... non possono stare in piedi con i normali criteri di mercato. Rappresentano una ricchezza del paese e ne misurano il grado di democrazia e di pluralismo. Per questo è importante che vivano e che vengano sostenute dallo Stato, così come è porevisto dalla Costituzione. Se ci sono soggetti che lucrano su questo principio devono essere perseguiti e punti, perchè sono un baco per l'intero sistema. Non si deve uccidere il sistema. Se il cinema italiano producesse solo Christian De Sica, probabilmente finirebbe per uccidere anche i cinepanettoni.

natale a beverly hills



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Il Film Su Libero Cinema in Libera Terra

Cinemovel a minturno

Sabato 24 ottobre, alle ore 22, presentiamo in anteprima alla Casa del cinema di Roma il documentario sulla carovana itinerante di Libero Cinema in Libera Terra. La proiezione fa parte di MafieStop, la Notte Bianca di Contromafie organizzata da Libera, per la seconda edizione degli Stati generali dell’antimafia. (Cinemovel)

Cinemovel a fiuggi

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Libero Cinema in Libera Terra è promosso da Cinemovel Foundation con la presidenza onoraria di Ettore Scola e da Libera: associazioni, nomi e numeri contro le mafie, fondata da Don Luigi Ciotti. Ma la Fondazione è Elisabetta Antognoni e Nello Ferrieri, che si sono messi in testa questa idea di "autoimpiego" affascinante e di grande valore civile e culturale. Una goccia nell'oceano che servirebbe nella lotta per la legalità, per la costruzione di una società più umana e più giusta, ma un mare confrontata alle parole vuote che si spendono ogni giorni su questi temi.



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Lodo Polanski (E Il Debito Con Samantha Geiger)
Samantha Geiger e Roman Polanski

No, il Lodo Polanski no. Per favore. D'accordo, come regista è un genio. Ma è un adulto responsabile delle sue azioni; non può evitare una condanna per aver commesso un reato contro la persona perché a suo tempo ha diretto «Chinatown». O «Il pianista», o «Rosemary's Baby», o «Luna di fiele» (va bene, quando il film uscì c'era chi lo voleva in galera per Luna di fiele, ma è un'altra storia). La mobilitazione dei suoi amici, del mondo del cinema, del ministro degli Esteri francese, dell'Ump, il partito altrimenti moderato di Nicolas Sarkozy, pare degna di miglior causa. Giusto in Francia, i moderati lettori (spesso elettori di Sarko) del Figaro ieri votavano online; e a stragrande maggioranza erano favorevoli a far giudicare il loro concittadino negli Stati Uniti. Intanto, sempre online, i lettori liberal del New York Times scrivevano cose durissime. Meravigliandosi per il «lassismo delle élites europee», che in America è un tormentone conservatore, in genere. (Corriere)

Roman Polanski sulla copertina di Rolling Stone

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 roman polanski e la moglie Sharon Tate

Non c'è ombra di dubbio che Polanski debba saldare il suo debito con la giustizia americana e con Samantha Geiger.

Roman Polanski spaparanzato



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