
“Andreotti è uno dei miei migliori amici. Forse il migliore. Mi chiama e mi dice: ‘Luciano, dovresti comprarti la Lazio. Domani va’ da Geronzi e chiudiamo l’affare. Se non lo fai tu, quelli spariscono e a noi romanisti la Lazio ci serve’. Io gli dico: Giulio, mi puoi chiedere tutto ma non di fare il presidente della Lazio, io so’ giallorosso come te. E così non se ne fece niente, ma commisi un errore, l’avrei comprata con quattro soldi e ci avrei fatto un buon profitto, però c’è un limite a tutto”. Il mascalzone latino Luciano Gaucci è tornato da qualche giorno in Italia dopo un esilio (o una latitanza) durato 3 anni a Santo Domingo, durante i quali è successo di tutto. Hanno messo in galera suo fratello Antonio, cieco e cardiopatico (poi è morto), e i suoi figli Alessandro e Riccardo per la bancarotta del Perugia calcio e per associazione a delinquere. Dopo la prima difesa, che come sempre per lui corrisponde con l’attacco, ha patteggiato la pena: 3 anni e non ne parliamo più. L’indulto ha fatto il resto. Ora è a Roma. (Panorama)
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Personaggio d'altri tempi (o forse no), una macchietta italiana, uno che è stato in mezzo ad una quantità di imbrogli e storielle, un personaggio di Alberto Sordi... L'aneddoto su Andreotti è strepitoso.
http://blog.panorama.it/italia/2009/04/09/parla-luciano-gaucci-son-tornato/
Parla Luciano Gaucci: “Son tornato…”
di Stefano Palladini
“Andreotti è uno dei miei migliori amici. Forse il migliore. Mi chiama e mi dice: ‘Luciano, dovresti comprarti la Lazio. Domani va’ da Geronzi e chiudiamo l’affare. Se non lo fai tu, quelli spariscono e a noi romanisti la Lazio ci serve’. Io gli dico: Giulio, mi puoi chiedere tutto ma non di fare il presidente della Lazio, io so’ giallorosso come te. E così non se ne fece niente, ma commisi un errore, l’avrei comprata con quattro soldi e ci avrei fatto un buon profitto, però c’è un limite a tutto”.
Il Mascalzone latino Luciano Gaucci è tornato da qualche giorno in Italia dopo un esilio (o una latitanza) durato 3 anni a Santo Domingo, durante i quali è successo di tutto. Hanno messo in galera suo fratello Antonio, cieco e cardiopatico (poi è morto), e i suoi figli Alessandro e Riccardo per la bancarotta del Perugia calcio e per associazione a delinquere. Dopo la prima difesa, che come sempre per lui corrisponde con l’attacco, ha patteggiato la pena: 3 anni e non ne parliamo più. L’indulto ha fatto il resto. Ora è a Roma.
Non ha casa (”Me la sto ristrutturando, all’Esquilino”) e vive in un albergo vicino a Ponte Milvio, il River chateau che lo ospita perché il direttore è amico di Alessandro. Occupa una suite al terzo piano che divide con l’ultima moglie, la dominicana Jaaira (28 anni contro i 70 suoi), e Christopher, un ragazzo di 8 anni figlio del primo matrimonio della donna.
Che mestiere fa ora?
L’occupazione principale è ricomporre i cocci. Ma presto ricomincerò a macinare affari.
Mentre lei scappava a Santo Domingo arrestavano i suoi figli e suo fratello. Che effetto le faceva?
Un grande dolore, ma ero impotente. Loro non c’entravano, dovevano colpire solo Luciano, però se fossi tornato avrebbero tritato anche me e non avrebbero lasciato liberi loro. Così almeno mi sono potuto preparare la difesa.
Ha sempre tanti nemici?
La notizia è che Luciano Gaucci non ha più nemici, mi sono calmato, ora voglio vivere felice e sereno.
Nemmeno Cesare Geronzi?
Con lui ci sono state forti incomprensioni ma ora è giusto andare avanti. Abbiamo fatto la pace. Non conviene a nessuno litigare per tutta la vita.
Nemmeno Franco Carraro?
Beh, non esageriamo con la bontà.
Figlio di Augusto ed Edvige, tre fratelli, Luciano volle subito far vedere quanto era produttivo: “A 18 anni chiesi a papà di gestire una trattoria a Cinecittà di nostra proprietà. Dopo il diploma sentivo che era arrivato il momento di lavorare. Poi sono partito militare”.
A Reggio Emilia in caserma con Adriano Celentano?
Era già famoso e ogni tanto cantava in camerata qualche rock’n’roll.
Poi autista dell’Atac, linea 8.
Sì, a differenza dei miei fratelli che vivevano sugli allori, io volevo fare di tutto. Era bello guidare il bus.
E l’inizio da imprenditore?
Mio suocero aveva una ditta di pulizie e dopo l’Atac andai lì. Lui a un certo punto si ritirò in campagna e presi la gestione dell’azienda, che si chiamava La Candida.
E poi?
Poi feci il salto e fondai La Milanese.
Perché La Milanese?
Ai romani dava un’idea di efficienza e a quelli del Nord sembrava una roba di lassù. E vinsi decine, centinaia di appalti. Dopo 7 anni avevo 3.500 dipendenti.
Cuore buono, dicono di lei, ma coi sindacati erano dolori.
Avevo 12 imprese di pulizie e assumevo tutti: le mogli, i figli, i fratelli, le amanti, i nipoti. Oltre al milione al mese gli facevo fare gli straordinari e potevano arrivare anche a 2 milioni. Ma se mi rompevano le scatole… Io rispettavo i patti, ho sempre pagato tutti ma il capo ero io, quindi i sindacati non mi dovevano creare problemi.
Il sindacato cosa è stato secondo lei?
La rovina dell’Italia sì, ma a Gaucci non sono riusciti a creare problemi.
Le tre C di Gaucci: ciclismo, calcio, cavalli.
Il ciclismo l’ho praticato ma si faticava troppo. Poi il calcio: ero un discreto attaccante, però sono stato meglio come dirigente. Per 10 anni vicepresidente della Roma e poi ho comprato Perugia, Viterbese, Sambenedettese, Catania. In seguito il grande amore: i cavalli. Quello che ho ottenuto con i cavalli non ha paragoni.
Con Tony Bin vinse nell’88 l’Arco di trionfo a Parigi.
Giorno indimenticabile. Lo montava John Reed. Arrivo a Parigi e vedo Franco Carraro con l’Aga Khan che aveva tre cavalli favoriti. Erano sicuri di stravincere e mi guardavano come un poveretto. Gli allibratori davano Tony Bin a 25 e io dico: non è possibile, l’anno scorso è arrivato secondo. Così tiro fuori dalla tasca 50 milioni in contanti e me li gioco su Tony Bin. Doveva vedere la faccia di Carraro quando il mio cavallo vinse.
Quanto le fruttò quella vittoria?
Ottocento milioni in contanti più 1 miliardo e 100 milioni per il premio. Mi danno un valigione pieno di banconote e alla dogana francese la guardia mi ferma e mi dice: ‘Che ha là dentro?’. Ah bello, gli faccio, ho vinto l’Arco di trionfo, famme passa’. E così fu. Tony Bin l’avevo pagato all’asta 10 milioni di lire e l’ho rivenduto ai giapponesi per 7 miliardi. Altri 10 miliardi li ha vinti in premi nelle corse. Un bel business, che ne dice?
Erano anni fortunati, vinse anche al Superenalotto.
Feci il 5+1: 2 miliardi 800 milioni.
Momenti difficili?
Quando ho cominciato a fare la guerra al potere del calcio. Ho combattuto ma ho perso. Ora il peggio è passato e si ricomincia.
Adesso si sente ricco?
No, ma non mi manca nulla.
La vittoria più bella?
Il mio lavoro: ho iniziato da niente e ho avuto l’azienda di pulizia prima in Italia, la scuderia prima in Italia, ho preso il Perugia in serie C e l’ho portato in coppa Uefa.
La sconfitta più bruciante?
Quando mi sono messo contro il potere.
Intende quello calcistico?
Quello assoluto.
I guai giudiziari a che punto stanno?
In estinzione e in soluzione.
I suoi amici chi sono?
Monsignor Fiorenzo Angelini e Giulio Andreotti su tutti. Poi Gianni Letta, che credo sia la mente più lucida d’Italia. Mi ha sempre aiutato ma giustamente dalla mia vicenda ha preso le distanze. Come poteva fare altrimenti? Io al suo posto avrei fatto lo stesso. Poi Franco Sensi. Con Dino Viola non avevo un gran rapporto, era geloso di me, lasciò detto ai figli che mai avrei potuto prendere la Roma e invece…
Invece cosa?
Ci arrivai a 1 metro.
Racconti…
Vado da Geronzi ed era tutto fatto. A un certo punto mi chiede: “E che ne vuoi fare di Giannini (Giuseppe Giannini era il capitano della Roma del 1991, ndr)?”. A me non piaceva, pensavo che era arrivato a fine carriera e poi non mi sono mai piaciuti i capi e i capetti. Se compro la Roma, il capo sono io, no? E allora dico a Geronzi che di Giannini posso fare a meno e quello mi guarda male e dice: “Allora, non se ne fa niente”.
Giannini era protetto da Geronzi?
Era amico delle figlie. Vabbe’, è andata così.
Nemici? Il primo è sempre Carraro?
Non ci siamo mai presi, conoscevo tutto l’andazzo malefico del calcio e lui… beh, c’era la mafietta, no? E più io mi ribellavo più mi affondavano.
E i vari Moggi, Bergamo, Pairetto, la Gea?
Quando ti metti contro il potere forte, ti stritolano. Sei come un cane che abbaia e nessuno ti sente.
Luciano Moggi?
Era un membro della cupola.
Ma lei gli ha regalato un De Chirico.
Veramente se lo prese. Lo pretese e io non potevo dire di no.
Però poi regalare un De Chirico non servì.
No, visto come sono finiti Gaucci e il Perugia. Dovrebbero risarcire le squadre che hanno fatto fallire e invece a me hanno sequestrato tutto e a loro niente. Non è giusto.
Però da Aldo Biscardi ci andava sempre.
Quella trasmissione era parte del circo, ma siccome era un appuntamento popolare, andavo a denunciare le schifezze del calcio e mi davano del matto. Eppure avevo ragione.
I migliori affari nel calcio?
Grosso, Materazzi e Gattuso: tutti e tre presi per meno di 50 milioni. E poi Nakata.
Lei tentò anche di far allenare la Viterbese da una donna, Carolina Morace.
Era una bella idea, ma Carolina portò come preparatore atletico uno che faceva il maestro di ginnastica. La chiamo e le dico: Caroli’, questo non può fare il preparatore, non è all’altezza. Però io lo tengo, gli do lo stesso lo stipendio e gli facciamo fare altro. Lei mi dice: “Ma il responsabile tecnico sono io e per me è bravo”. Comandi te? No bella, qui comando io, e così è finita con Carolina, anche se le voglio sempre molto bene.
Come le venne in mente di prendere al Perugia il figlio di Muammar Gheddafi?
Con Gheddafi ero amico personale. Per far togliere l’embargo alla Libia il colonnello voleva incontrare un membro della famiglia Bush. Attraverso Frank Stella riuscimmo a combinare un incontro col fratello di Bush padre e la cosa andò benissimo. Sono andato nella sua tenda varie volte e una di queste il figlio mi chiede di venire a giocare nel Perugia. Costava niente, era un bell’investimento di immagine e quindi, perché no? Era simpatico.
Come calciatore, però?
Un bravo ragazzo, ha anche giocato un quarto d’ora in serie A.
Dica la verità sulla famosa partita Perugia-Juventus del 2000 che consegnò lo scudetto alla Lazio.
La verità? L’anno prima il Milan vinse 2 a 1 all’ultima giornata contro di noi e tolse lo scudetto alla Lazio di Sergio Cragnotti che arrivò seconda. Ero in macchina con la mia fidanzata Elisabetta e un gruppo di tifosi laziali mi circondano e tentano di aggredirmi accusandomi di aver favorito il Milan. Non era vero nulla ma mi spaventai. Così l’anno dopo, di nuovo all’ultima giornata, c’era lo scontro decisivo: se avessimo battuto la Juve, la Lazio avrebbe vinto il titolo. Il giovedì andai negli spogliatoi, chiamai tutti i giocatori e dissi loro: ragazzi, io vivo e lavoro a Roma e non posso rischiare la pelle per colpa vostra. Quindi dovete battere la Juve. Se non ci riuscite, vi porto a tutti per due mesi in tournée in Cina durante l’estate. Avevo già fatto fare i biglietti per la Cina. I giocatori erano atterriti.
Poi si giocò sotto il temporale.
Sì, nell’intervallo arriva il finimondo, un metro d’acqua. Vado dal designatore degli arbitri e gli faccio: se vi azzardate a sospendere la partita, io non faccio giocare domani i miei giocatori e con l’ordine pubblico succede un casino. Collina era l’arbitro e andò a testare il campo: era un disastro ma trovò un pezzetto dove il pallone rimbalzò e si riprese a giocare.
Il Perugia vinse con un gol di Simone Calori, la Lazio vinse lo scudetto e Moggi non glie l’ha mai perdonata.
Sì, ma non ci fu nulla di irregolare. La prospettiva di due mesi in Cina fece diventare i miei giocatori 11 leoni contro la Juve di Zinédine Zidane.
Non ha una grande opinione dei calciatori, vero?
Non voglio generalizzare, ma sono spesso ragazzi viziati. Io sono uno dei pochi che li sa premiare quando meritano e bastonare quando fanno i furbi.
Per esempio?
Avevo scoperto che alcuni si facevano ammonire apposta per saltare la gara successiva. Aspettavano la domenica seguente per andare a letto con le mogli dei titolari in trasferta. Scoperto l’andazzo, tutti quelli della prima squadra che venivano squalificati li aggregavo alla primavera e così li fregavo. Dopo due settimane, l’impiccio delle finte squalifiche è finito.
Politica?
Democristiano da sempre. La politica per me è la Dc. Ora voto per il Popolo della libertà. Sempre con il centrodestra.
Il Vaticano?
Ottimi amici
Silvio Berlusconi?
Mi piace, è uno che ci sa fare sia come politico che come imprenditore, è un cavallo vincente. Ma lì l’amico mio è Letta.
Gianfranco Fini?
Un amico anche lui.
Ha mai sofferto per amore?
No, perché quando una cosa finisce non mi interessa più.
In generale è mai stato geloso?
Beh, a volte sì.
Rimane in buoni rapporti con le tante ex?
Sì, quasi con tutte.
Con la sinistra come va?
Sono in buoni rapporti con Massimo D’Alema e Nicola La Torre ma il mio cuore batte dall’altra parte.
Le cronache narrano di lei ricevuto a Buckingham Palace dalla regina Elisabetta II.
Dopo le corse si andava sempre a pranzo con Andreotti. Lui veniva invitato dappertutto e io con lui. Ho conosciuto la regina madre, Elisabetta II, lady Diana.
Com’era Lady D?
Simpatica e sorridente. Io le davo le dritte per scommettere sui cavalli buoni e lei vinse diversi soldini grazie a me.
Lei parla bene inglese?
Manco una parola, ma ci capivamo a gesti. Era molto divertente.
E George W. Bush?
Sotto elezioni ho fatto mettere nei miei stadi enormi striscioni, “Bush for president”. Poi mi ha ricevuto alla Casa Bianca.
Lo definirebbe un amico?
Le dico solo che, dopo le mie disavventure giudiziarie, sia lui che Gheddafi mi hanno offerto aiuto.
In che senso?
Si sono offerti di fare qualcosa per me. Io ho ringraziato ma ho detto di no.
Le piace il potere?
A chi non piace il potere? Mi piace frequentare persone importanti perché io non mi sento importante e così è tutta esperienza.
Veronica, Maira, Elisabetta, Francesca, Iris, Jaaira: cosa sono le donne per lei?
Una delle mie passioni. Mi piacciono giovani, mi fanno sentire vivo.
Quanti figli ha?
Sei: Alessandro e Riccardo da Veronica, Isabel da Maira, Rebecca da Iris, Leonardo da Francesca e Christopher che era del primo matrimonio di Jaaira ma che per me è come tutti gli altri tant’è che l’ho riconosciuto.
Suo nonno aveva 23 figli, lei arriverà alla doppia cifra?
No, dieci son troppi, però un altro potrei farlo.
Le piace mangiare?
Sono goloso e questo non va bene.
Alcol?
Vino rosso e un goccetto di whisky.
Droghe?
Mai, lo giuro su tutti e sei i ragazzi.
Cavalli?
Quelli sì, tanto.
Macchine?
Solo tedesche, robuste.
Gioielli?
Ne ho regalati tanti, tantissimi…
Arte?
Non resisto a Chagall e De Chirico, ne ho posseduti molti.
Sesso?
E a chi non piace? Sono regolare.
Aiutini farmacologici?
Mai, il mio Viagra sono le ragazze. Se ho 70 anni e lei ne ha 28, non mi serve niente. È più di una droga.
Qual è il confine tra un furbo e un delinquente?
Delinquente si nasce. Io mi ritengo metà furbo, metà intelligente.
Ha mai pagato una mazzetta?
Mazzette… si fanno regali. Se lei vuole chiamarle mazzette… A Natale mando regali a persone che mi possono essere vicine.
Ha mai fatto una cattiveria a qualcuno?
Sì, se me ne fanno le restituisco.
L’errore che non rifarebbe?
Non mi pento di niente, errori compresi.
Religioso?
Sì, certo.
Peccatore?
Sì, certo. Tutti pecchiamo.
Al saldo finale dove la mandano?
Non so. Credo in Dio, deciderà lui.
Ha paura della morte?
No, perché tanto tocca a tutti.
Cosa lascerebbe scritto nel testamento biologico?
Vorrei una morte naturale ma non farei mai staccare la spina, qualsiasi cosa succeda. A Ricca’ (il figlio Riccardo che assiste all’intervista, ndr), ricordatelo.