.

Un adolescente si trova su un muro su Venice Beach a Los Angeles , California, 21 luglio, 2010

la foto del giorno
Babele
Babele

Léa Dedieu

minigonna

Torna la protesta, in minigonna: incuranti del freddo che attanaglia l’Europa gli studenti francesi si sono passati parola e si presentano a scuola nei licei d’Oltralpe vestiti di poco o nulla. Tutta colpa di un preside incauto che, stufo di vedere dietro i banchi di scuola mutandine griffate che spuntavano dai pantaloni a vita bassa, piercing e abiti troppo succinti, ha deciso di vietarli, scatenando le furie estetico-libertarie di centinaia di teenager. E così uno dopo l’altro si sono accesi i licei di Francia. La rivolta è cominciata al Geoffroy-Saint-Hilaire, nel dipartimento dell’Hessonne, a sud di Parigi, per poi continuare al Condorcet d’Arcachon nella Gironda, la terra di Bordeaux, e in altri istituti del Paese. Leader una ragazza, una diciassettenne, Léa Dedieu, che è riuscita a persuadere i suoi compagni a presentarsi in classe in superminigonna (le ragazze) o in bermuda (i ragazzi), al grido di «Siamo a scuola non in prigione». Performance che per ora è costata tre giorni di sospensione con la motivazione che «gli studenti erano a rischio pedofili nel tragitto verso la scuola». (Corriere)

* * *

minigonna

Le proteste francesi hanno sempre un pizzico di raffinatezza in più rispetto a tutto il resto del mondo.


http://www.corriere.it/cronache/09_dicembre_24/francia-sfida-della-minigonna-maria-luisa-agnese_e8ca11a8-f05d-11de-8d60-00144f02aabe.shtml

IL CASO
Francia, sfida della minigonna
contro i presidi «bacchettoni»
La parola d’ordine: libere di vestirci come ci pare

Torna la protesta, in minigonna: incuranti del freddo che attanaglia l’Europa gli studenti francesi si sono passati parola e si presentano a scuola nei licei d’Oltralpe vestiti di poco o nulla. Tutta colpa di un preside incauto che, stufo di vedere dietro i banchi di scuola mutandine griffate che spuntavano dai pantaloni a vita bassa, piercing e abiti troppo succinti, ha deciso di vietarli, scatenando le furie estetico-libertarie di centinaia di teenager. E così uno dopo l’altro si sono accesi i licei di Francia.

La rivolta è cominciata al Geoffroy-Saint-Hilaire, nel dipartimento dell’Hessonne, a sud di Parigi, per poi continuare al Condorcet d’Arcachon nella Gironda, la terra di Bordeaux, e in altri istituti del Paese. Leader una ragazza, una diciassettenne, Léa Dedieu, che è riuscita a persuadere i suoi compagni a presentarsi in classe in superminigonna (le ragazze) o in bermuda (i ragazzi), al grido di «Siamo a scuola non in prigione». Performance che per ora è costata tre giorni di sospensione con la motivazione che «gli studenti erano a rischio pedofili nel tragitto verso la scuola». Torna dunque la protesta e, come prevedibile, in chiave fortemente estetica, dato lo spirito dei tempi. Già una volta, di fronte a ben altre ondate rivoluzionarie, aveva avuto gran momento il fortunato titolo di una commedia di Umberto Simonetta «Arriva la rivoluzione e non ho niente da mettermi». Ma allora le minigonne, gli eskimi, le borse della tolfa erano perlopiù elementi di contorno, anche se necessari per riaffermare la propria diversità rispetto al modo di vestire «borghese» e tradizionale.

La nuova gioventù, la generazione post-Barbie che—forse — vuol fare la rivoluzione, parte da anni di idolatria del corpo e dei suoi ornamenti, comincia presto ad essere schiava dello specchio ed è maestra già a 12 anni nell’arte di migliorarsi, valorizzarsi, addobbarsi. E perciò, semmai nuovo 68 sarà, stavolta lo sarà in chiave tutta estetica. Michel Fize, sociologo francese, ricercatore della Cnrs specializzato in gioventù, interpellato dal quotidiano The Independent non si è dichiarato sorpreso dalla rivolta degli studenti che vogliono difendere un loro dress code fortemente provocatorio. D’altra parte — ragiona Fize —come potrebbe essere altrimenti, con dei mass media e una società che propongono modelli «iper-erotici»? Il grande educatore oggi è il piccolo schermo: «Con che faccia possiamo rimproverare a una teenager che mostra troppo, quando la tv fa esattamente quello, a tutte le ore?».

E’ come se questi studenti- cugini mettessero in scena la loro piccola neo-rivoluzione partendo dal loro vissuto, da quella cultura idolatrica del corpo contemporaneo che vivono ogni giorno, e che rimbalza dagli schermi, dalle fotografie, dalle vetrine dei negozi, ma anche dalle aule parlamentari, dagli incontri al vertice dei potenti internazionali, tutti primariamente preoccupati di quel che sembrano piuttosto che di quel che pensano. Preoccupazione e schiavitù che accomuna gli umani di ogni latitudine: che dire delle garbate studentesse iraniane che, a differenza delle loro coetanee parigine, protestano con il velo e non il piercing, ma egualmente mettono molta cura e molta grazia nello sceglierlo, nel modularlo, nell’indossarlo?

Legittime e più che giustificate dallo spirito dei tempi, come si è detto, le nostre deduzioni sociologiche: ma non sarà poi troppo facile liquidare così la nuova ondata francese? Il dubbio sorge perché la stessa Léa, interrogata, ribalta tutta la faccenda facendo, con mediatica sapienza, una bella capriola filosofica: la nostra protesta, dice, più che con bisogni narcisistici o estetici, ha a che fare con una vecchia conoscenza della rivoluzione francese: «La libertà».

Maria Luisa Agnese
24 dicembre 2009
© RIPRODUZIONE RISERVATA

 

 

http://www.liberation.fr/societe/0101605275-haut-les-jupes

Haut les jupes !

portrait

Léa Dedieu. Pour protester contre la notion de tenue décente, cette lycéenne plutôt sage a initié les «Journées du short».

 

Elle suscite la bienveillance avant même qu’on ne la rencontre. Dix-sept ans, et elle pourrait déjà se targuer d’avoir organisé la révolte de la décontraction avec succès. Adieu le sérieux, vive la légèreté.

Le 10 septembre, Léa Dedieu a organisé les «Journées du short» au lycée Geoffroy-Saint-Hilaire, à Etampes dans l’Essonne. Sur 2 100 élèves, 300, filles comme garçons, sont venus en culottes ou jupes courtes et jeans troués pour protester contre la subite redéfinition de la tenue jugée correcte par le nouveau proviseur. Le happening, relayé massivement par les médias, a fait polémique, et la jeune organisatrice a écopé de trois jours d’exclusion.

A quoi ressemble la mutine ? Mince, cachée derrière ses épais et longs cheveux châtain clair, elle balaie souvent des doigts sa frange et laisse ainsi voir son regard bleu gris. Elle porte un jean slim noir brillant, un haut à rayures rouges et blanches un peu trop grand et une veste en jean courte et près du corps. Plutôt pantalon que jupe, elle se trouve «féminine» mais «ne cherche pas à être sexy». L’adolescente n’a rien d’une agitatrice. A mille lieues des bébés militants meneurs de manifs. Juste une élève moyenne de terminale littéraire. Réservée, mais directe. Sage, mais insolente. Propulsée malgré elle sur le devant de la puissante scène médiatique, et très vite dépassée.

Elle déguste son chocolat viennois de chez Starbucks enfoncée dans un fauteuil, jambes et mains croisées, un brin tendue. Elle n’en est pas à sa première interview mais garde un mauvais souvenir, notamment des «journalistes télé» qui «ont exagéré les faits et ont cherché à trouver des phrases qui font peur aux gens». Les seules fois où elle est apparue à la télévision, elle s’est trouvée l’air «énervé» et «agressif». La lycéenne s’étonne de l’intérêt que suscite encore sa douce rébellion, mais ne s’en plaint pas, même si à un moment, elle aurait volontiers fait profil bas : «Je trouve ça bien.» Puis se défend, au cas où on la soupçonnerait d’opportunisme : «Ce n’était pas du tout pour faire parler de nous.»

A l’origine des Journées du short ? La spontanéité nonchalante propre à la jeunesse. Léa raconte : «Un mardi, je suis arrivée au lycée, et un copain m’a dit qu’une de nos copines s’était fait retirer sa carte de lycée à cause de sa tenue indécente.» Une confiscation de carte, c’est un «petit avertissement», précise-t-elle. Ce n’est pas la première fois, mais là, Léa a le déclic. Pourquoi ne pas «mettre des affiches et organiser une journée où l’on se mettrait tous en short» ? Le soir même, de retour chez elle à Etréchy, près d’Etampes, où elle habite avec ses parents, son frère et sa sœur, Léa s’active. Affiches, tracts et, sur les conseils de ses amis, un groupe Facebook, intitulé «Journées du short». Quelques heures suffisent pour comptabiliser 300 lycéens membres. Le lendemain, distribution des sympathiques pamphlets dans la cour. Collage des affiches dans les couloirs… jusqu’à ce que Dedieu se fasse prendre la main sur le scotch par le proviseur adjoint.

Mise au point dans son bureau. «Il était déjà au courant pour le groupe Facebook.» Le responsable ne donne aucune consigne relative aux Journées du short programmées le lendemain. Il se contente de justifier le durcissement de la politique vestimentaire : «Il nous a expliqué que le fait de venir en short pouvait avoir un impact sur notre travail, que nous n’étions pas en vacances et que l’on pourrait croiser des pervers en venant au lycée.» En clair, le short nuirait gravement aux études et à la santé. Probablement les proviseurs se sentent-ils aussi une responsabilité dans la prévention d’une lolita attitude qui serait trop provocatrice. Peur des pédophiles ? Peur des viols ? Ou peut-être tout simplement peur pour l’image du lycée ?

Jeudi 10 septembre. Trois cents shorts, jupes et bermudas franchissent les grilles du lycée. Les surveillants, vite débordés, renoncent à prendre les cartes des lycéens. Cette mutinerie du bas serait restée confidentielle si une journaliste du Parisien n’était venue«prendre des photos et poser des questions»,après avoir lu un billet de François Jousset, conseiller municipal PCF à Etampes. Lui-même père d’une lycéenne de Geoffroy-Saint-Hilaire, l’élu a entendu parler de ces retraits de cartes et a annoncé sur son blog les Journées du short. Un article paraît donc le lendemain dans l’édition locale et provoque l’ire de Bernard Magri, le proviseur du lycée. Dedieu est convoquée. Ses parents aussi. Trois jours d’exclusion. Motif invoqué : l’organisation d’une «manifestation par le biais de Facebook, de tracts et d’affiches». La sanction est dure. La lycéenne s’étonne : «On n’avait jamais eu de problèmes auparavant.» Au contraire, il régnait même une certaine«liberté vestimentaire», et «avec le nouveau proviseur, certains habits ont été interdits du jour au lendemain». Sans discussion préalable.

Son père, commercial, et sa mère, dans le développement culturel, l’ont soutenue et n’ont vu dans l’action de leur fille aînée qu’une manière «de ne pas renoncer à ce que les ados sont, à ce qu’ils veulent et le faire de façon sympathique». Mais en ces temps de retour à l’ordre moral, l’indécence est question d’appréciation. Léa la définit ainsi :«Etre habillé de manière excentrique, porter des shorts ou des jupes vraiment très courts avec les seins qui sortent du tee-shirt.» Et souligne que «c’est rare de voir ça au lycée». L’uniforme ? «On se trompe lorsqu’on affirme qu’ainsi les élèves seraient égaux. C’est faux. Il y aurait toujours l’uniforme Chanel et l’uniforme bas de gamme», tranche-t-elle.

Si Léa Dedieu raconte sans se faire prier l’affaire du short, elle est moins diserte dès qu’il s’agit d’elle. Elle «n’aime pas parler de ce qu’[elle est]». Quand une question la dérange, elle prend une drôle de voix un peu gamine, assortie d’une moue ironique : «Je suis peut-être en pleine crise d’adolescence, je cherche à trouver une identité.» Elle a déjà une vraie présence avec son look de rockeuse et ses ongles au vernis rouge écaillé, avec lesquels elle joue de la guitare classique.

Aux questions qui se succèdent, elle hésite. Répond brièvement. Reste silencieuse. Envoie des précisions par mail quatre heures après la rencontre. Elle est de cette génération qui dit : «Ils nous font peur avec tout, les changements climatiques, la pollution, la crise financière, on a l’impression qu’on n’a pas d’avenir.» Mais Dedieu ne perd pas pour autant de vue ses projets, aller à la fac à Paris, devenir journaliste. Ni une occasion : «Ce serait possible de faire un stage à Libération ?» Et puis : «Si je n’arrive pas à percer là, j’ouvrirai une boutique de fringues ou de déco.»

Des regrets ? Aucun. Cette expérience lui a permis de comprendre qu’il n’était pas difficile de «créer une manifestation avec peu de moyens et beaucoup d’impact».

En 3 dates

 

18 novembre 1992

Naissance à Paris.

10 et 11 septembre 2009

«Journées du short» au lycée Geoffroy-Saint-Hilaire à Etampes (Essonne).

11 septembre 2009

Léa Dedieu est exclue trois jours.



condividi del.icio.us  technorati  oknotizie  facebook
sfoglia novembre        gennaio
Feed RSS di questo blog Reader
Feed ATOM di questo blog Atom
Resta aggiornato con i feed.