Una vita come tante

Dic 04, 20 Una vita come tante

Non ho dubbi su quale sia il mio libro dell’anno. Il mio tomo dell’anno. “Una vita come tante” di Hanya Yanagihara (Sellerio, 2016).

Io l’ho letto in ritardo, rispetto a quando è uscito. Mi ero segnato il titolo, ma non so da dove ho preso l’indicazione. Era nel mio elenco, alla fine della lista. C’è stato qualche mese. Poi mi sono deciso. L’ho affrontato con slancio e da quel momento non sono più riuscito a staccarmene.

Sinceramente non è un libro per tutti. E’ un libro nero. Buio. Che va a rovistare nella pancia di un gruppo di intellettuali americani. Benestanti. Di successo. Un romanzo che mette in rassegna le nostre paure e le nostre più nascoste perversioni. Ne fa corpo e storia. Le investiga attraverso la carne del protagonista. Un libro che dovrebbe essere vietato ai minori per quanto è crudo e violento. Una storia che potrebbe essere analizzata e discussa nei corsi di psicologia. Non è, in questo senso, un libro tecnico. E’ poetico. Anche se di una poesia brutale.

I personaggio sono più o meno della mia generazione. Fanno parte di una New York che amo e che conoscevo. Oggi è impossibile dire che cosa sia rimasto di quella strepitosa città degli anni ’90 e di quello zero. Ma nel libro ne riconosco le strade, i locali raffinati e il clima effervescente che tanto mi ha attratto.

C’entra poco con la storia, ma nella mia lettura ho sottolineato la prima lezione di Harold, docente a giurisprudenza, la facoltà che frequenta il protagonista della storia, Jude. Eccola:

«Siete studenti di legge del primo anno» aveva detto Harold. «Perciò, congratulazioni a tutti voi. E in quanto studenti di legge seguirete il programma standard: diritto commerciale, diritto civile, diritto privato, procedura civile e, il prossimo anno, diritto costituzionale e diritto penale. Ma questo lo sapete già. «Quello che forse non sapete è che questo corso rispecchia – splendidamente e sinteticamente – la struttura stessa della nostra società, i meccanismi di cui una società come la nostra ha bisogno per funzionare. Perché esista una qualunque forma di società, serve prima di tutto un insieme di istituzioni: a questo provvede il diritto costituzionale. Serve un sistema punitivo, e per questo abbiamo il diritto penale. Dovete poi sapere che esiste un sistema che fa sì che tutti gli altri sistemi funzionino: si chiama procedura civile. Occorre un sistema che regoli le proprietà, ed è il diritto privato. Dovete sapere che si è tenuti a un risarcimento in denaro, in caso di danni a terzi, ed è di questo che si occupa il diritto civile. E per finire, dovete sapere che le persone rispetteranno gli accordi che hanno preso e onoreranno le loro promesse, e qui entra in gioco il diritto commerciale». Fece una pausa. «Ora, non voglio sembrarvi riduttivo, ma scommetto che metà di voi si trova qui perché spera, un giorno, di poter spremere denaro alla gente – gente che deve avere un risarcimento, non c’è niente di cui vergognarsi! – e l’altra metà è qui perché è convinta di poter cambiare il mondo. Siete qui perché sognate di discutere una causa davanti alla Corte Suprema, perché credete che la vera sfida della legge si celi negli spazi vuoti tra le righe della Costituzione. Ma sono qui per dirvi… che non è così. La branca del diritto più autentica, più intellettualmente stimolante, più ricca, è quella commerciale, che è alla base dei contratti. Un contratto non è solo un pezzo di carta che vi promette un lavoro, o una casa, o un’eredità; nella sua forma più pura, più autentica, più estensiva, un contratto regola ogni sfera del diritto. Nel momento in cui scegliamo di vivere in una società, scegliamo di accettare un contratto e di rispettarne le regole – la stessa Costituzione, per quanto malleabile, è un contratto, e quando si tratta di stabilire fino a che punto sia malleabile la legge si intreccia con la politica. Ed è in base alle regole, esplicite o meno, di quel contratto che promettiamo di non uccidere, di pagare le tasse e di non rubare. In questo caso, però, il contratto è una nostra creazione, ma anche un vincolo: come cittadini di questo paese, ci siamo assunti fin dalla nascita l’obbligo di rispettarne e seguirne le regole, e lo facciamo ogni giorno. «In questo corso, ovviamente, imparerete a conoscere i meccanismi di un contratto – come viene stipulato, come viene rotto, quanto è vincolante e come ci si può svincolare da esso. Alcuni contratti sono più giusti ed equi di altri – questo devo concedervelo. Ma la loro equità non è la sola o, quanto a questo, la più importante considerazione da fare, quando si parla di diritto: la legge non è sempre giusta. I contratti non sono giusti, non sempre. A volte, però, è necessario che non siano giusti, perché permettono alla società di funzionare correttamente. In questo corso imparerete la differenza tra ciò che è giusto e ciò che è lecito e, cosa ancora più importante, tra ciò che è giusto e ciò che è necessario. Imparerete quali sono gli obblighi che abbiamo verso gli altri in quanto membri della società, e fino a che punto la società debba fare in modo che vengano rispettati. Imparerete a vedere la vostra vita – le vite di tutti voi – come una serie di accordi, e sarete costretti a riconsiderare non solo la legge, ma lo stesso paese, e il posto che vi occupate».

E il contratto tra Jude e la vita non è equo. Fin dall’inizio della sua esistenza le sue relazioni si sono fondate su una sopraffazione disumana. Quando era piccolo, in orfanotrofio, è stato dominato da un meschino mondo di adulti, nel suo caso si trattava di frati, che hanno approfittato della sua debolezza e della sua ingenuità. Così si è formata la sua personalità repressa, autolesionista, sopraffatta dalla vita.

Nella storia ci sono tanti personaggi. Ci sono gli orchi, ma c’è anche chi è capace di un potente sentimento di amicizia, di solidale partecipazione ai drammi, di impotente possibilità di raccogliere, fino in fondo, la fiducia ferita di Jude.

Poi ci sono personaggi minori, disegnati benissimo, che appaiono e scompaiono. L’equilibrio complessivo del racconto è perfetto.

Un piccolo esempio, laterale, riguarda un amico di Julia, la compagna del professore, un certo Dennys, che da bambino era un artista incredibilmente dotato. “Erano amici fin da piccoli, e in un’occasione Julia mi ha mostrato alcuni disegni che Dennys aveva fatto a dieci, dodici anni: piccoli schizzi di uccelli intenti a beccare a terra, del suo viso, tondo e inespressivo, di suo padre, il veterinario della zona, della sua mano mentre accarezzava il pelo di un terrier che sembrava sorridere. Suo padre, tuttavia, non vedeva la necessità di fargli prendere lezioni di disegno, e così Dennys non ha mai frequentato una vera e propria scuola. Quando sono diventati grandi, però, e Julia si è iscritta all’università, Dennys è andato all’Istituto d’arte per imparare a disegnare. Durante la prima settimana, le raccontava, si erano potuti sbizzarrire, e il professore sceglieva sempre gli schizzi di Dennys per attaccarli alla parete in modo che tutti potessero ammirarli e criticarli. Poi, però, hanno dovuto imparare a disegnare sul serio: a ridisegnare, sostanzialmente. Nella seconda settimana disegnarono solo ellissi. Ellissi larghe, ellissi grasse, ellissi magre. Durante la terza settimana, passarono ai cerchi: cerchi tridimensionali, cerchi bidimensionali. Poi fu il turno di un fiore. Poi di un vaso. Poi di una mano. Poi di una testa. Poi di un corpo. E nonostante gli opportuni insegnamenti, Dennys peggiorava di settimana in settimana. Alla fine del semestre i suoi schizzi non venivano più attaccati al muro. Si sentiva troppo a disagio per disegnare. Ora, quando vedeva un cane, con il lungo manto che sfiorava il pavimento, non vedeva più un cane, ma un cerchio sopra una scatola, e quando cercava di disegnarlo si preoccupava di rispettare le proporzioni, non di rappresentarlo nella sua essenza. Così decise di parlare con il suo insegnante. Il nostro compito è demolirti, Dennys, gli disse il professore. Solo chi ha un vero talento riuscirà a rialzarsi”.

Allo stesso modo, la facoltà di giurisprudenza demolisce psicologicamente. “Spesso i romanzieri, i poeti e gli artisti non ottengono buoni risultati studiando legge (a meno che non siano pessimi romanzieri, poeti e artisti), ma neanche i matematici, i logici e gli scienziati li raggiungono, o comunque, non necessariamente. I primi falliscono perché hanno una logica tutta loro, i secondi falliscono perché la logica è tutto ciò che possiedono”.

“Jude è stato un bravo studente – un ottimo studente – fin dall’inizio, ma la sua grandezza era spesso mascherata da una prepotente mediocrità”.

“Aveva tutto ciò che serviva per diventare un eccellente avvocato. “Non è un caso se il diritto è definito una forma d’arte, e come tutte le arti richiede soprattutto una memoria prodigiosa: lui la aveva. Un altro requisito necessario è la capacità di visualizzare il problema… e subito dopo la serie di conseguenze che potrebbero derivarne. Per qualche motivo c’è un periodo in cui ogni studente di legge – ogni bravo studente di legge – cambia prospettiva e si rende conto che la legge è qualcosa di ineluttabile, che nessuna interazione, nessun aspetto della vita sfugge alle sue grinfie. Le strade si trasformano in catastrofi, in una serie infinita di violazioni e possibili procedimenti civili. I matrimoni sono potenziali divorzi. Il mondo diventa temporaneamente insopportabile. Lui era in grado di farlo. Riusciva a studiare un caso e a prevederne l’esito: è un’impresa molto difficile, perché bisogna tenere conto di tutte le variabili, di tutte le possibili conseguenze, e scegliere quali prendere in considerazione e quali ignorare. Ma c’era qualcos’altro, qualcosa che non poteva trattenersi dal fare: interrogarsi sulle implicazioni morali del caso. Ed è un atteggiamento che non aiuta, alla facoltà di legge. Alcuni miei colleghi impedivano ai loro studenti perfino di pronunciare le parole «corretto» e «scorretto». «Che sia corretto o meno non ci interessa» sbraitava uno dei miei professori. «Che cos’è la legge? Che cosa dice la legge?».

Jude è un professionista di rare capacità. Il lavoro – in uno dei più prestigiosi studi di avvocati di affari newyorkesi è una sorta di isola dove si rifugia – a lato di un’esistenza da inferno.

“La giustizia è per le persone felici, per chi ha avuto la fortuna di vivere una vita definita più dalle certezze che dai dubbi. «Corretto e scorretto», invece, sono per… be’, forse non per le persone infelici, ma per quelle segnate: per le persone spaventate […]La legge è semplice. Ha molte meno sfumature di quanto immagini. L’etica e la morale hanno, in effetti, un loro ruolo nel diritto – ma non nella giurisprudenza. L’etica ci aiuta a fare le leggi, ma non ad applicarle”.

Ho sempre diffidato dei libri che raccontano il dolore. Davvero mi chiedo ancora come sono finito sopraffatto da questa “principessa mezzosangue” del disagio. In questi mesi ho letto (in rari casi riletto) diversi libri di Fëdor Dostoevskij, il fuoriclasse delle discese negli abissi dell’animo umano. Rispetto a questa scrittrice, il vecchio Fëdor è leggero come una piuma. Ma la qualità di scrittura di Hanya Yanagihara è di altissimo livello.

Andando a grattare la superficie delle storie, questo è un grande libro sull’amicizia. «Ora non puoi capire le mie parole, ma un giorno le capirai: l’unico segreto dell’amicizia, credo, è trovare persone migliori di te – non più furbe o più vincenti, ma più gentili, più generose, e più comprensive –, apprezzarle per ciò che possono insegnarti, cercare di ascoltarle quando ti dicono qualcosa su di te, bella o brutta che sia, e fidarti di loro, che è la parte più difficile di tutte. Ma anche la più importante».

La deriva di Jude è in un mare di dolore, di rari momenti di serenità. Nel complesso un’odissea di infelicità. “Ora, mentre è steso sul letto, sente le parole del vecchio lied, in un mormorio. «Sono diventato uno straniero nel mondo» canta, a bassa voce, «nel quale, del resto, ho sprecato tanto tempo»”.

L’epilogo è struggente, potente e disperato.

Una lettere di un padre pieno di amore per un figlio, dove cerca delle spiegazioni e delle ragioni alle sue azioni. Pensieri che molto hanno a che fare con il dibattito sull’eutanasia che si è sviluppato anche in Italia in questi anni:

Durante quei mesi ho pensato spesso a quello che stavo cercando di fare, e a quanto sia difficile mantenere in vita una persona che non ne ha più alcun desiderio. Per prima cosa, tenti di puntare sulla logica (Hai un’infinità di motivi, per vivere), poi fai appello al senso di colpa (Me lo devi), infine passi alla rabbia, alle minacce e alle suppliche (Sono vecchio, ormai: non puoi fare una cosa simile a una persona anziana). Poi però, dopo aver ottenuto l’assenso del diretto interessato, sei costretto a passare dalle lusinghe a una forma di autoinganno, perché ti rendi perfettamente conto che sta pagando un prezzo troppo alto, che non ha nessuna voglia di stare al mondo e che il mero fatto di esistere lo svuota di ogni energia, perciò non ti resta che continuare a ripeterti, ogni giorno: sto facendo la cosa giusta. Lasciargli fare quello che vorrebbe è contrario alle leggi di natura, e alla legge dell’amore. Ti attacchi ai pochi momenti felici e li esibisci come prova – Visto? Ecco perché vale la pena vivere, e perché ho insistito tanto –, anche se in realtà sai bene che non possono compensare i momenti di disperazione, che rimangono nettamente la maggioranza. A quel punto arrivi a pensare, come mi è successo con Jacob: a che cosa serve, un figlio? A dare conforto ai genitori? O sono i genitori che devono dare conforto a lui? E se dare conforto a un figlio diventa impossibile, è giusto concedergli il permesso di lasciare questo mondo? Ma subito dopo ripeti a te stesso: Non posso. Sarebbe un abominio. E così ci ho provato, ovviamente. Anzi, ho continuato a provarci. Ma sentivo che ogni giorno rimpiccioliva. Non si trattava tanto di una sparizione fisica: a novembre aveva recuperato il peso forma, o quasi, e non stava così bene da un’infinità di tempo. Ma diventava ogni giorno più silenzioso, e non è che abbia mai parlato molto. Ora però non apriva quasi più bocca, e quando eravamo insieme lo scoprivo spesso a fissare qualcosa che io non potevo vedere, prima di scuotere appena il capo, come fanno i cavalli, e tornare sulla terra.

A leggere questa pseudo recensione ci si potrebbe convincere di stare lontano da questo libro. Ma vi assicuro che è pieno di immagini geniali, di colore, di colpi di scena, di fatti che ti aspetti e di violenti colpi di scena.

Leggerlo è un piacere e una sofferenza. Si è sorpresi da carezze, schiaffi, lenitivi, urticanti. Sempre con una straordinaria attenzione al tono e alla scrittura.

Come quando si cucina. Ecco come spiega Harold il risultato delle lezioni di cucina di Jude: È venuto fuori che il mio problema principale era la mancanza totale di pazienza, l’incapacità di accettare il tedio. Andavo a cercare qualcosa da leggere e mi dimenticavo il risotto sul fuoco, finché non si trasformava in una sbobba collosa, o scordavo di girare il soffritto di carote, e le trovavo carbonizzate e appiccicate sul fondo della padella. (A quanto pareva, cucinare era un susseguirsi di carezze, bagnetti, monitoraggi e lenitivi: tutti elementi che avevo sempre associato all’infanzia). L’altro mio problema, mi è stato detto, era l’insistenza sulle innovazioni, che a quanto pare, se applicata alle ricette, è un’assoluta garanzia di fallimento. «Cucinare è una questione di chimica, non di filosofia» continuava a ripetermi Jude, con il solito sorriso appena accennato. «Non puoi imbrogliare sulle dosi e sperare che tutto venga come previsto»”.

Se i libri hanno a che fare con la ricerca dell’equilibrio come un piatto dell’alta cucina, con “Una vita come tante” siamo ad una valutazione di tre stelle della Michelin.

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