Il congresso di Livorno fu davvero una dannazione?

Dic 07, 20 Il congresso di Livorno fu davvero una dannazione?

Ho letto il libro di Ezio Mauro, La dannazione: 1921. La sinistra divisa all’alba del fascismo (Feltrinelli, 2020). Non ne ho ricavato una buona impressione, nonostante ci siano dentro tante cose che non sapevo e che sono frutto di uno studio e di una capacità di documentazione non banale.

Non sono certo io a poter fare il professorino e passare con la matita rossa e blu tra le righe di questo libro. Anzi chiedo scusa se questo pezzo appare presuntuoso. La mia impressione è che un lavoro di questa ambizione doveva fare, prima di tutto una scelta: o essere un saggio storico, o essere un racconto pop di una pagina importante della storia d’Italia. Secondo me il giornalista tenderebbe a scegliere la seconda strada, ma non lo fa fino in fondo. Galleggia a metà strada.

Se Mauro non ci fa conoscere lo spessore umano di quei peronaggio si perde la possibilità di calarsi in quel dibattito di ferro e di fuoco. I protagonisti di quei giorni, nel libro, appaiono troppo spesso sfumati, senza carattere, senza sangue e non si rende giustizia alla statura di queste personalità e al livello del confronto che si è sviluppato in quegli anni. Le figure di Bordiga, Bombacci, Graziadei stesso sono poco più che abbozzate. Il ruolo dei torinesi (per la più profonda conoscenza di quella realtà da parte di chi ha fatto il direttore de La Stampa) è comprensibile. Ma la Romagna, l’Emilia, Napoli, Firenze stessa hanno nell’appuntamento Livornese un peso se non equivalente, certamente di grande rilievo.

L’ex direttore di Repubblica parte da un assunto. “È come se il riformismo e l’intransigenza massimalista fossero due condanne di destino, eterne, e la comune religione del lavoro non riuscisse a fare una sintesi, a suscitare una cultura unitaria, un progetto politico conseguente ed egemone. L’identità della frazione prevale sull’insieme, i modelli sociali si contrappongono in un’ideologia meccanica, le formule imprigionano il confronto”.


Facile dirlo così cento anni dopo.

Perchè, per arrivare a Livorno, Mauro non passa con maggiore attenzione dalle riunioni di Reggio Emilia, di Firenze e di Imola per definire più chiaramente quali fossero le componenti di quel partito (per altro tutte a favore alla linea rivoluzionaria di Mosca e del Komintern)?

Come si può evitare di contestualizzare il concetto di “massimalismo” al dibattito dell’epoca, senza cercare di capire come è venuta formandosi la corrente che voleva il massimo, perchè si batteva per la socializzazione dei mezzi di produzione e di scambio. La corrente che considera la rivoluzione come l’unica via per abbattere il regime borghese?

D’altra parte manca anche un’analisi di che cos’era il riformismo del 1920. Figuriamoci se io non sono affezionato al riformismo (sono di Imola, la città di Costa, Marabini, Graziadei) e alla funzione storica del sindacato e della cooperazione. Ma a che cosa corrispondeva nella realtà dei fatti la corrente di Turati, Treves, Prampolini, Massarenti in quegli anni dopo le vittorie elettorali socialiste, soprattutto nel sud Italia? Quanto peso ha avuto nel Partito socialista il notabilato, il trasformismo, quanto erano presenti le infiltrazioni di corruttela? Quanto poco dinamica e vecchia era l’organizzazione di un partito plasmato sull’età giolittiana? Quanto l’opposizione al riformismo ha avuto un carattere generazionale?

Non si tratta di elementi secondari. Tutt’altro.

Mi sono chiesto anch’io come fosse possibile che la discussione del partito socialista fosse tutta orientata all’interno del partito e non si rendesse conto che in Italia stava esplodendo il fenomeno del fascismo. “Tutta la teoria prodotta a gara dalle centrali correntizie del Psi, tutte le interpretazioni della società in movimento, tutta la pubblicistica polemica scatenata ogni giorno non hanno visto arrivare l’ondata autoritaria che cancellerà ogni cosa e sequestrerà la politica e il Paese per vent’anni, schiacciando ogni sinistra”. Sottolinea giustamente Mauro.

Come è stato possibile che non si fossero accorti di che cosa stava succedendo?

E’ una domanda giusta, ma a cui possiamo dare una risposta più chiara alla luce della storia. I fatti di Bologna del 20 di novembre del 1920, ad esempio, potevano essere interpretati come un incidente nel quale le responsabilità delle forze dell’ordine fossero più forti della reale consistenza delle squadracce fasciste e il febbrile attivismo di Mussolini e dei Fasci italiani di combattimento (che si erano formati a Milano il 23 marzo 1919 alla presenza di una cinquantina di aderenti) pur essendo un fenomeno inquietante erano considerate delle sparate di un esaltato.

Gennaio 1920. Ferrovieri in sciopero a Pavia.

Il concetto stesso del fascio ha origini libertarie, democratiche, socialiste (lo spiega anche Mauro: i Fasci siciliani che si chiamavano così “perché un bastone tutti lo rompono, ma un fascio di bastoni, chi lo può spezzare?”).

E’ vero, come sottolinea il direttore che: “Giorno dopo giorno lo squadrismo cresce, la legalità svanisce, il sopruso diventa quotidiano, l’abuso è ostentato, la forza sembra l’unico criterio, la violenza ingoia la politica e la restituisce deformata nella sua natura, deviata nella dimensione fisica dello scontro, priva di autonomia perché un colpo di moschetto zittisce qualunque opinione”. Ma l’illusione di dominare quel fenomeno estremista non è un’esclusiva di una frazione o di una corrente. E’ di tutta la società italiana. Lo scontro di Livorno chiude un ciclo di confronto e contrapposizione interno al partito, l’escalation della violenza fascista comincia in quei giorni. Mauro lo conferma. “In due mesi del 1921 ci saranno più di cento morti e quattrocento feriti, 59 Case del popolo saccheggiate, 119 Camere del lavoro distrutte, 197 cooperative paralizzate, 83 Leghe contadine devastate, 141 sezioni socialiste bruciate, 28 sedi sindacali assaltate, 100 circoli culturali danneggiati. In quattro anni lo squadrismo raggiunge le 3000 vittime, mentre prepara la marcia su Roma”.

Poi, lo dico con tutto il rispetto che si deve ad una personalità come quella di chi ha fatto la storia del giornalismo italiano, io ritengo che l’analisi del contesto internazionale nel quale il libro di Mauro colloca il Congresso di Livorno sia insufficiente.

Mi è piaciuto il racconto di quando: “Mikhail Bakunin, mentre nella villa anarchica di Carlo Cafiero a Lugano prepara la fiammata dell’ultima insurrezione che deve scoppiare nella notte tra il 7 e l’ 8 agosto del 1874 a Bologna, dove le armi sono nascoste nei Prati di Caprara (sic!) ed è già arrivata la dinamite comprata in una cava svizzera e importata sotto la gonna di Lipka, Olimpia, la compagna di Cafiero. Poi la rivolta, saccheggiati gli arsenali, secondo i piani di battaglia segreti del Comitato italiano per la rivoluzione sociale dovrà estendersi alla Romagna, quindi all’Umbria e alle Marche. E invece le prime colonne dei ribelli, che dovrebbero occupare il municipio, liberare i detenuti politici e innalzare le barricate in città, vengono sorprese dai carabinieri avvertiti dalle spie, con i capi inseguiti e arrestati nel Torrone, insieme ad Andrea Costa, già sorpreso il 5 agosto alla stazione di Bologna e immediatamente fermato. È il fallimento dell’“ esercito della fame”. Bakunin, che era arrivato a Bologna il 30 luglio con l’identità di “Mister Tamburini”, deve scappare senza più la barba scura, e la parabola che raccontano gli agitatori lo accompagna in salvo mentre passa lo Spluga vestito da prete, nascosto dietro un grande paio di occhiali verdi, con in mano un bastone da monsignore e un cesto pieno di uova”.

Forse Mauro avrebbe dovuto raccontare meglio il rapporto di confronto e scontro tra i socialisti italiani di tutte le componenti direttamente con Lenin. Le critiche “da sinistra” di Bordiga sono in questo senso esemplari almeno quanto quelle di Serrati “da destra”, nonostante la grande fiducia che i comunisti russi hanno avuto per molto tempo per il direttore dell’Avanti.

Sul tema dell’internazionalismo proletario la posizione di Gramsci è determinate. Il tema rappresenta in modo profondo la grande differenza tra quelle che saranno le idee socialdemocratiche e quelle comuniste e (per molti anni) socialiste.

Giovani socialisti del circolo di Borgo San Paolo di Torino, in gita. 1917

Poi credo che valesse la pena analizzare meglio che cosa abbia voluto dire nella formazione della coscienza dei giovani massimalisti “il concetto di solidarietà che si fa strada, sostituendo la beneficenza, soppiantando la carità”, attraverso il valore delle lotte agrarie e il grande movimento cooperativo che aveva preso corpo dall’inizio degli anni ’10. A me pare che questo elemento sia fondamentale nella creazione della nuova forza politica.

Mi è piaciuta la ricostruzione della nascita dello slogan “8X8X8, che ha avuto origine in Australia: otto ore di lavoro, otto di tempo libero, otto di riposo”. Un obiettivo per il proletariato che sarà una bussola per molti anni, tanto che per offrire opportunità di qualità per il tempo libero. “Accanto alle Camere del lavoro, anche fisicamente, sorgono via via le Case del popolo che esportano quell’impronta dall’officina alla società e la prolungano dal tempo lavorativo al tempo libero, mutuando lo schema dei circoli e delle associazioni borghesi in una logica identitaria, di appartenenza e di autosufficienza, tra conferenze, lotterie, balli, collette, tornei di bocce, concorsi di fanfara, spettacoli”.

La cronaca del confronto che si è tenuto a Livorno, al Teatro Carlo Goldoni, dal 15 al 21 gennaio 1921 è interessante e ben ricostruita. Ezio Mauro riporta stralci di diversi interventi. Uno è quello di Antonio Graziadei, il “Conte rosso”, l’economista che ha passato qualche mese a Mosca e a Pietrogrado nel 1920 con la delegazione italiana invitata al congresso della Terza Internazionale. Peccato che Mauro ometta il generoso tentativo – molto valorizzato in seguito da Togliatti – della Circolare che ha firmato con Marabini.

L’economista imolese, a Livorno dice: “Compagni, io capisco perfettamente il valore storico dell’unità del partito, ma se conservare quell’unità ci porta fuori dal Komintern, io vi domando: tra due dolori, due strazi, perché dobbiamo scegliere l’unità nazionale rispetto a quella internazionale? Siamo in un periodo storico rivoluzionario, non ci sono che due vie su cui muoversi: una è quella di chi vuole disarmare gli animi perché ritiene la conquista del potere possibile solo in un futuro molto lontano, l’altra è quella di chi ritiene che gli animi vadano armati con coscienza e consapevolezza morale, materiale e spirituale, perché il più grande delitto sarebbe lasciare alla borghesia il tempo di rifarsi le ossa per fiaccarci domani di nuovo.”

Christo Kabakčiev

E’ molto importante, per l’esito del congresso, l’intervento di Christo Kabakčiev, bulgaro, a capo della delegazione della Terza Internazionale, venuto in Italia per imporre la linea di Lenin e dei 21 punti approvati al congresso del Comintern nell’estate del 1920. Si tratta di un discorso che non lascia nessuno spazio al confronto e l’obiettivo è Serrati, la corrente dei “Comunisti unitari”, la corrente maggioritaria nel patito, che pur sottoscrivendo l’esito del congresso moscovita vuole mantenere l’unità del partito e non espellere i riformisti. “Ma ecco che proprio in questo momento il compagno Serrati si fa avanti e dichiara che in Italia e nel mondo capitalista non esistono le condizioni per la rivoluzione – dice Kabakčiev – Egli nega che la situazione e l’epoca siano rivoluzionarie. È forse strano, dopo tutto questo, che il compagno Serrati si dichiari contro l’espulsione dei riformisti e cioè contro una delle più importanti decisioni del Congresso dell’Internazionale comunista? Non è l’Internazionale, ma è Serrati che si trova in contraddizione con i principi del socialismo rivoluzionario scientifico: egli è contro l’azione rivoluzionaria dei contadini come è contro l’azione rivoluzionaria degli operai, perché egli è, in generale, contro la rivoluzione. Voi, compagno Serrati, passate nel campo degli opportunisti e dei riformisti, sostenitori della “pace civile” con la borghesia. Noi contestiamo energicamente questo tradimento. Ecco perché la lotta contro i traditori, gli opportunisti e i riformisti è oggi il dovere più importante. L’Internazionale comunista vi chiede di correggere i vostri errori e di raccogliervi con coraggio e dignità sotto il suo stendardo rivoluzionario oggi dispiegato”. Per Kabakčiev non c’è discussione. Se si vuole ragionare al di fuori del provincialismo e far parte del movimento mondiale: “Il Congresso deve accettare le decisioni dell’Internazionale comunista ed escludere i riformisti dal partito. I centristi guidati da Serrati hanno libertà di scegliere una di queste due vie, accettando la deliberazione del Komintern o decidendo di uscire dall’Internazionale insieme con i riformisti. Non vi è più tempo per le esitazioni. Ognuno deve scegliere il suo posto nella lotta, a sinistra o a destra. La rivoluzione proletaria ha diviso il mondo in due campi: non vi è posto per un centro nella rivoluzione, il centro sarà spazzato via dall’uragano rivoluzionario”.

Livorno, gennaio del 1921, al centro Giacinto Menotti Serrati con la moglie

La risposta di Giacinto Menotti Serrati è ancora oggi molto toccante. Ezio Mauro la racconta così: “Compagni, anch’io avverto la tragedia di questo nostro istante e delle lotte intestine. E ho sentito con dolore le accuse di Kabakčiev alla nostra frazione: opportunisti noi? Ma opportunisti perché? Se fosse lecito ad un modesto milite del Psi ritorcere le accuse del rappresentante della Terza Internazionale, potrei dire che gli opportunisti siete voi, e potrei anche dimostrarlo. Cittadino bulgaro che accusate noi, che avete fatto voi nel vostro Paese? L’opportunismo non è una malattia nostra, ma di altri. Anche la scomunica che verrà impartita qui è un atto opportunistico. Ma noi resteremo con la Terza Internazionale, vogliamo essere con voi nella lotta, perché voi siete la rivoluzione internazionale e noi siamo rivoluzionari. Il problema dunque non nasce qui, ma sul modo di applicare quei ventuno punti. Il Psi deve purificarsi degli elementi opportunisti che ne possono impacciare il cammino, ma mi pare che abbia il diritto di pretendere che non gli si creino cause di debolezza. Perché espellere x o y è cosa facile, distruggere dieci, quindici, venti sezioni non è difficile: ma spezzare il movimento economico, cooperativo e sindacale, portare dentro di esso il disagio, la discussione, il dissenso, la divisione, è rovinare il movimento rivoluzionario e la stessa Internazionale. Abbiamo detto a Mosca: permettete che l’epurazione si faccia nel modo più sereno e tranquillo, senza scismi nelle organizzazioni operaie. Non ci pareva di chiedere molto […] perché siete così crudi e severi? Perché questa smania di scissura immediata e profonda? Perché teorizzare questo urto che può spezzare anche tutti quanti gli altri nostri organismi?”.

E poi Filippo Turati.

“Compagni amici e compagni avversari (non voglio e non debbo dire nemici) vi prego di accogliere queste mie parole come un testamento. È il mio destino essere sempre un imputato, in un certo senso questo Congresso è un po’ anche il mio processo. Dico ai compagni avversari: forse non ve ne avvedete, ma voi correte verso di noi con la velocità di un treno lampo. Quando la mentalità della guerra sarà evaporata io credo fermamente che l’unità, oggi tanto combattuta, tornerà a trionfare nel partito. Io rivendico il nostro diritto di cittadinanza nel socialismo, che è il comunismo. Questo comunismo che è il socialismo può anche espellermi dalle file di un partito, non mi espellerà mai da se stesso. Io con pochissimi altri abbiamo portato nella lotta proletaria, per la prima volta in Italia, la suprema finalità del socialismo, la conquista del potere da parte dei proletari costituiti in partito di classe. Cosa ci distingue oggi? Noi rifiutiamo la violenza come programma, la dittatura del proletariato, la persecuzione dell’eredità da cui nasciamo. Queste tre forme hanno come presupposto l’illusione che la rivoluzione sia il fatto volontario di un giorno, l’improvviso alzarsi di un sipario, il calare di uno scenario nuovo. Per noi invece la via vera, e la più breve, è quella dell’evoluzione. […] Le classi che detengono il potere hanno più paura dell’azione legale del proletariato che dell’insurrezione.[…] Ciò che rimane di tutte le nostre lotte è l’azione, che non è il miracolo di un giorno ma è la crescita progressiva, faticosa, misera nelle cose e nelle teste, della maturazione proletaria a subentrare nella gestione sociale. Il socialismo che diviene è sindacato, cooperative, cultura. Non diviene per altre vie, ogni scorciatoia non fa che allungarne la strada. E l’azione sarà la grande pacificatrice, la grande unificatrice: essa creerà l’unità di fatto, che noi non troviamo nelle formule. Perciò quando avrete fatto il partito comunista, quando avrete impiantato in Italia i Soviet, se vorrete fare qualcosa che sia rivoluzionario davvero, voi sarete forzati a vostro dispetto (ma poi ci verrete con convinzione, perché siete onesti) a percorrere completamente la nostra via, la via graduale dei socialtraditori. E lo dovrete fare perché questo è il solo socialismo immortale, e tutto il resto è clamore, è sangue, è orrore, è reazione e delusione”.

Il concetto di autonomia del partito italiano è comprensibile oggi, non certo nel fuoco dello scontro di quei giorni. Ha poco senso. Dire: “Mosca dunque ha votato a Livorno, in modo esplicito e netto, incurante delle forme e dell’autonomia del partito italiano, dagli esempi è passata agli ordini, ha dato una precisa indicazione di schieramento, ha scelto la sua mozione e ha invitato il Congresso a sostenerla, ha indicato i nemici vecchi e nuovi e li ha messi pubblicamente al bando”. E’ solo una parte dell’analisi. Il concetto di autonomia è stato un modo per difendere le posizioni “conservatrici” del partito. Ma ha avuto un peso tutto sommato marginale nella discussione. Autonomia, a mio parere, voleva dire difendere le rendite di posizione che c’erano e non aprire al cambiamento organizzativo e politico del movimento internazionale.

Tessera del PCd’I del 1921

Era una sbornia rivoluzionaria? Sì lo era. Non c’è alcun dubbio. Ma non si può dire oggi che si doveva prendere un’altra strada se non si valuta fino in fondo quale fosse la situazione concreta del tempo. Lo stesso Serrati, tre anni dopo (non decenni dopo) disse che non aderire alla linea di Bordiga e Gramsci è stato il più grande errore della sua vita.

Certo la linea unitaria aveva i numeri. “Dei 172.487 votanti, gli unitari di Serrati conquistano 98.028 voti, i comunisti di Bordiga, Gramsci e Terracini 58.783, i riformisti di Turati 14.695. I giovani socialisti sono i primi a parlare, con Luigi Polano, che la federazione giovanile passa con i comunisti”. Poi Bordiga ammette la sconfitta della Frazione Comunista , ma lui sapeva già come sarebbe andata a finire ben prima del convegno di Imola.

Tessera del Partito Socialista del 1921

“Qualcuno aveva preparato le tessere dei due partiti per il 1921, l’anno della scissione. I comunisti disegnano un operaio mentre con la mazza spezza le catene che legano il mondo. I socialisti raffigurano una donna che ricuce una bandiera rossa proprio sopra il sole, la falce e il martello”.

“Forse ricama il simbolo dorato – dice Mauro – Forse incomincia a riparare lo strappo storico di Livorno. Una lacerazione profonda, una dannazione della sinistra”. Ma a me pare che una conclusione di questo genere non riconosca il valore della storia di due partiti che si è venuta stratificando, negli anni. Una storia fatta di errori, certo, ma anche di grandi conquiste democratiche e centrale nella costruzione dell’Italia e del suo progresso umano e civile.

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