Gianluigi Morini ha fatto di un ristorante un sogno

Dic 10, 20 Gianluigi Morini ha fatto di un ristorante un sogno

E’ morto Gianluigi Morini, fondatore del San Domenico di Imola, molto più di un ristorante. Alcune pensieri scritti per il settimanale “sabato sera”.

Io non sono mai riuscito ad immaginarmelo Gianluigi Morini impegnato allo sportello davanti al pubblico. E invece, dopo essere diventato ragioniere, era finito in banca, per la felicità della sua famiglia. Un avvenire sicuro, uno stipendio che correva tutti i mesi e una vita tranquilla.

Se noi ragionieri siamo inquieti dentro, lo schema tradizionale degli anni ’50 e ’60, non funziona. E Gianluigi, dietro il suo impeccabile stile da gentleman, aveva il fuoco di almeno due passioni: il cinema e la cucina.

Morini, Marcattilii e Tognazzi

Gli anni d’oro della Hollywood sul Tevere erano irresistibile. Morini era un bell’uomo e, di punto in bianco, ha abbandonato la banca ed è partito per Cinecittà. Ha partecipato ad un po’ di casting, ha fatto la comparsa in qualche film e poi a capito che non era aria.

La sua affabilità e il suo stile lo hanno fatto diventare amico di diversi protagonisti dell’epoca, Ugo Tognazzi più degli altri. Forse furono le chiacchiere con l’attore cremonese a convincerlo che forse la sua strada era un’altra.

In ogni caso, Morini ha continuato a frequentare e ad animare il Circolo del Cinema di Imola, ad essere protagonista del Premio cinematografico Città di Imola e a non perdersi un’edizione del Festival del Cinema di Venezia. A Venezia ci sono molti aneddoti che lo riguardano. Riusciva ad imbucarsi a tutti i party e si portava sempre uno smoking di riserva. Una volta per far partecipare Cesare Baccarini ad un ricevimento di un film sovietico gli prestò lo smoking bianco e Cesare fu scambiato per un cameriere.

Se nel cinema le cose non sono andate come avrebbe desiderato, con l’altra passione è stata tutta un’altra storia.

Morini e Bergese

Non è andata bene al primo tentativo, ma lui voleva il massimo. Sempre.Ad un certo punto si mette in testa di mettere in piedi il miglior ristorante d’Italia. Lui non poteva esserne il cuoco. Ci voleva il migliore. Per questo ha preso la sua macchina ed è andato a cercare Nino Bergese, che era stato prima il cuoco del re d’Italia e poi quello della famiglia Agnelli.

Quando si sono incontrati il prestigioso chef non l’ha preso molto sul serio. Era in pensione, aveva chiuso con la cucina. Poi però si è lasciato conquistare dalla straripante passione di questo elegante signore di provincia.

Hanno fatto insieme ad altri i primi passi e poi, un po’ alla volta ha preso corpo l’idea del San Domenico. La “cucina di casa” italiana.

Dove sorge ora il ristorante c’era l’abitazione di famiglia di Morini. Lui voleva che quello fosse il luogo dove chi entrava potesse vivere un’esperienza di grande qualità. “Mi piacerebbe che ogni imolese, almeno una volta potesse concedersi il piacere di vivere una serata da noi”.

Bergese per Morini non è stato solo un socio. E’ stato un maestro a volte capriccioso, ma geniale.

Valentino e Morini

Bergese ha scoperto in un ragazzino di nome Valentino l’istinto del grande chef e lo ha formato. Lo ha mandato nelle navi con i pescatori, a raccogliere le olive in Toscana, a tostare il caffè da Illy… per fare conoscere al ragazzo l’origine dei sapori. Poi lo ha spedito in Francia ad imparare come si organizzavano le brigate in cucina. In questo modo ha formato uno dei più importati chef del mondo: Valentino Marcattilii. E Morini lo ha difeso, tutelato, coccolato, circondato di attenzioni e lo ha aiutato a costruire attorno a se la squadra che ancora oggi fa del San Domenico un luogo da favola.

Ogni particolare del locale è curato con una passione infinita. Le pareti sono foderate di tela di lino, i tessuti del soffitto sono decorati con lo stile preraffaelita di William Morris, le tovaglie sono fucsia di lino pesante, i bicchieri di cristallo di Riedel, piatti di ceramica Richard Ginori, gli arredi di Thonet, Frau e Cassina. Alle pareti opere d’arte di Maccari, Angeli, Burri, D’Orazio, Schifano, Sartelli, Gottarelli.

Un incanto.

Era pura magia andare con lui nella mitica cantina del San Domenico: costruita mezzo millennio fa dai frati domenicani che è ancora una delle più belle e fornite del mondo.

Troppo?

Se si è razionali, certamente. Se si è dei sognatori senza frontiere, per niente.

Gianluigi Morini, Harrison Ford, Valentino Marcattilii e il metre del San Domenico NY (1988)

Io ho avuto la fortuna di seguire Morini e Valentino nella loro esperienza americana. (Feci una montagna di foto della città, una è questa)

Il San Domenico NY apre nel giugno del 1988, al 240 di Central South Park, Valentino è il direttore esecutivo spalleggiato da Paul Bartolotta. Il patron è un italo-americano alto e dall’aspetto forte e dinamico: Tony May, innamorato delle idee di Morini.

In pochi mesi “Wine Spectator” e “Usa Today” lo proclamano tra i 10 migliori ristoranti italiani degli Stati Uniti e tra i 25 migliori ristoranti in America, tanto che a un mese dall’inaugurazione il “New York Times” gli assegna le “tre stelle”, riconoscimento mai dato prima a un ristorante italiano. Diventa il ristorante preferito di Oriana Fallaci e Luciano Pavarotti, ma ci vanno anche Ronald Reagan, Michael Douglas, Anthony Queen, Woody Allen, Harrison Ford, Liza Minelli, Michail Baryšnikov, Rudol’f Nureev…

Quando ero direttore di sabato sera, con Giorgio Bettini e Morini, abbiamo progettato insieme una piccola follia: la festa per i 30 anni di sabato sera, nel giugno del 1992. Abbiamo invitato a cena tutti i nostri lettori. Fu una serata indimenticabile ai giardini del San Domenica, quando Valentino e i suoi ragazzi hanno preparato migliaia di uova in raviolo e molte altre squisitezze. Sotto lo sguardo compiaciuto e complice di Morini.

Lui era così: traguardava la realtà e ne vedeva il mito.

Parlare con Morini trascinava in una dimensione onirica.

Gianluigi Morini era un signore elegante, raffinato, generoso. Fuori dal tempo. Ha agito con l’ingenuità degli innamorati adolescenti facendo per il San Domenico la sua opera d’arte.

Questa sua sconfinata passione e questo – spesso – trascendere dalla concretezza della quotidianità lo ha portato a situazioni complicate. Ma se non ci fossero i sognatori il mondo sarebbe certamente un posto peggiore e la nostra vita molto più noiosa e banale.

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