Il popolo degli alberi di Hanya Yanagihara

Feb 19, 21 Il popolo degli alberi di Hanya Yanagihara

Ci sono dentro tante cose ne Il popolo degli alberi. Passioni per la conoscenza, febbre della ricerca, ingenuità della genialità, debolezza, sessualità, perversione, capacità di fare strepitose scoperte e non capire le persone, a cominciare dalla propria famiglia. Megalomania. Invidia. Violenza. Gelosia. Riti sciamanici. E’ un libro con un linguaggio essenziale, elementare, ma dove si stratificano letture profonde e alte di sentimenti, sensazioni, particolari che raccontano un mondo. Un mondo spesso terribile..

Avevo già letto “Una vita come tante” di Hanya Yanagihara, un capolavoro, ma anche questo primo libro, tradotto in Italia con notevole ritardo e pubblicato da Feltrinelli, è molto bello. di più. Il popolo degli alberi, è una lettura appassionante. La storia di un medico, Norton Perina, che per caso partecipa ad una spedizione in un’isola della Micronesia e, con gli anni, tornando, scopre gli effetti di un alimento che non sto a spiegarvi, perchè qualsiasi informazione in più toglie la poesia e la sorpresa di questa fantastica storia, abbastanza vera e totalmente incredibile. Ispirata a quella del virologo Daniel Carleton Gajdusek.

Il popolo degli alberi

Riporto il racconto di un professore di antropologia, personaggio di primo piano nel libro:

“Molti anni fa, molti, moltissimi anni prima dell’era dell’uomo, c’era una grande pietra, un dio, di nome Ivu’ivu, che regnava incontrastato su un vasto regno d’acqua. Era molto potente, questo dio, e il suo dominio comprendeva ogni cosa sotto la superficie del mare: il suo era un regno di squali che sbattevano la coda e mostravano i denti, di giganti balene cieche e di branchi di pesci e campi danzanti di alghe che accarezzavano il fondo come capelli di ninfe.“

Ma Ivu’ivu si sentiva solo. Tutto intorno vedeva accoppiarsi le bestie: si univano e si riproducevano e gli nuotavano accanto, seguite dalla scia dei loro piccoli. Anche i più solitari dei suoi sudditi – i paguri nei loro gusci spiraliformi e maculati e le stelle marine che strisciavano coperte di spine – erano circondati di figli. Essendo un dio, Ivu’ivu non era preoccupato di morire ma pensava che gli sarebbe piaciuto avere qualcuno per compagnia, qualcuno con cui condividere il fardello e le difficoltà di essere dio e re, con cui poter far nascere una sua razza di bambini.

Ma a questo scopo gli sarebbe servito un altro dio, suo pari. “ Ivu’ivu aveva un caro amico, una tartaruga che si chiamava Opa’ivu’eke: era vecchio quasi quanto lui e, siccome poteva vivere sia nell’acqua che fuori, aveva viaggiato in lungo e in largo e aveva raccolto tante storie meravigliose su luoghi che Ivu’ivu non aveva mai visto. Così poteva divertire l’amico con storie d’aria e di terra, dove c’erano altrettante creature quante ne vivevano sott’acqua, ma che volavano invece di nuotare – Ivu’ivu dovette chiedergli tante, tante volte di spiegargli cos’era il volo prima di poter anche solo cominciare a comprenderne il senso – o che camminavano, o correvano , o strisciavano su due o quattro o una dozzina di zampe.

“Un giorno Opa’ivu’eke stava raccontando a Ivu’ivu i suoi viaggi più recenti, e il dio sospirò. ‘ Cosa c’è che non va , amico mio ? ’ chiese Opa’ivu’eke.“

‘ Ah , amico caro,’ rispose Ivu’ivu, ‘mi sento solo. Tutto intorno a me vedo felicità, animali che si tengono compagnia. Anch’io voglio un compagno , e dei figli . Ma mi serve un altro dio, e in questo mondo può esserci un solo regnante.’

“La tartaruga rimase in silenzio per un pezzo. Poi disse addio al suo amico e nuotò via.“

Tempo dopo la tartaruga fece ritorno, di nuovo con notizie strabilianti, ma stavolta erano ancora più strabilianti di quanto il dio potesse sperare. Nel suo viaggio più recente fuori dall’acqua, Opa’ivu’eke aveva parlato a un suo amico, A’aka, il dio del sole, e gli aveva spiegato il desiderio di Ivu’ivu. A’aka rispose che avrebbe conosciuto con piacere questo potentissimo dio dell’acqua di cui aveva tanto sentito parlare. Fu così che cominciò la storia d’amore tra il dio dell’acqua e il dio del sole, con la tartaruga a fare da messaggera. Era lui a traghettare i commenti e i complimenti e le domande e le canzoni, avvitandosi nelle nere profondità del mare per recapitare le parole di A’aka a Ivu’ivu e poi, sventolando le pinne attraverso le correnti – che Ivu’ivu calmava per facilitare il viaggio dell’amico – fin su in superficie, dove A’aka si fermava nel suo corso a metà di ogni giorno per ascoltare le notizie da un mondo che non avrebbe mai potuto visitare.

“Nacquero tre figli : il primo era un maschio, si chiamava Ivu’ivu, come il dio del mare; la seconda era una femmina, Iva’a’aka – la Figlia della Pietra e del Sole; e il terzo ancora un maschio, U’ivu, il cui nome vuol dire, semplicemente, Di Pietra. Una metà di ciascun figlio viveva sotto l’acqua, come Ivu’ivu, e l’altra metà viveva al di sopra, come A’aka. Galleggiavano nel regno d’acqua di un padre che li rinfrescava, e si scaldavano e nutrivano al calore dell’altro. Avevano il sostegno costante dell’amore e la devozione dei genitori. E così, quando furono cresciuti e si sentirono soli, si rivolsero ad A’aka, che li benedì con dei figli tutti loro: l’umanità. E fintantoché gli umani furono gentili con i loro genitori, A’aka fece in modo che i raccolti crescessero bene e Ivu’ivu promise che il mare sarebbe stato sempre pieno di pesci e che gli uomini sarebbero sempre riusciti a navigare sulle sue acque, perché dopotutto erano i suoi discendenti e andavano quindi amati e protetti.

“Quanto a Opa’ivu’eke, visse una vita lunga, lunghissima, abbastanza lunga da conoscere i nipoti e i pronipoti e i pro – pronipoti dei suoi amici crescere e prosperare, e abbastanza da dar vita a dei figli tutti suoi, che presero il suo nome – Animale dalla Schiena di Pietra – e che preferivano vivere con il suo figlioccio preferito, Ivu’ivu, sia sopra la sua terra che nelle acque che lo bagnavano. Opa’ivu’eke non era un dio, naturalmente, ma era, ed è, sempre onorato non solo dai suoi due amici, ma da tutti i discendenti dei suoi amici – per la sua devozione e il suo altruismo, naturalmente, ma anche per i suoi nobili doveri di messaggero. È per questo motivo che quando un uomo ha la fortuna di trovare un’opa’ivu’eke, deve fare un sacrificio agli dèi e mangiare la sua carne. Farlo significa mandare un messaggio agli dèi, una preghiera di ricevere la cosa che A’aka aveva negato – con l’approvazione di Ivu’ivu – ai suoi nipoti: l’immortalità. E forse un giorno gli dèi sapranno rispondergli .”

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