Dal Ponte dell’Industria (di Filippo Facci)

Ott 02, 14 Dal Ponte dell’Industria (di Filippo Facci)

Filippo Facci
Giornalista
La nostra prima volta. Non posso dire di conoscerlo. La cosa più intensa che ho fatto con lui è stata una telefonata quando preparavo un’intervista a Belpietro. Io lo considero un grande giornalista.

Dal ponte dell’Industria
Roma, 2010 (iPhone)
La foto. Io amo il ponte dell’Industria e la vista sul gazometro. Ce l’ho un po’ con Ozpetek perché ha svelato questo luogo mettendola in tutte le salse dei suoi film.

 

 

Roma, 2010 (iPhone)

Roma, 2010 (iPhone)

Poi sono andato a vivere in periferia e ho incominciato ad amare l’architettura industriale. Ho cominciato ad amare ex fabbriche grigie e milanesi con grandi vetrate e travone di ferro, meglio se arrugginite. Ecco, anche la ruggine ha incominciato a piacermi. E il cemento, i mattoni vecchi, gli scheletri ferrosi, ciò che un tempo avrei definito squallido. L’evoluzione del senso della bellezza andrebbe fermata, congelata prima che diventi arbitrio: altrimenti finirà che troverai bello anche ciò che dovrebbe essere brutto oggettivamente, come appunto l’architettura industriale, il disadorno, l’abbandono, il periferico, l’abbandonato, persino la spazzatura, persino Roma dal Ponte dell’Industria.

Quel chiaro senso di bellezza di fronte all’orrore, ricordo, cominciai a provarlo a San Pietroburgo nel 2001. Stavo in un incredibile hotel brezneviano che si chiamava Pribaltijskaja e che era nella periferia degradata dell’isola Vasilevskij, 1500 stanze di perfetto orrore sovietico in mezzo a casermoni di raccapricciante uguaglianza., e viali spaventosi, fatti di nulla, il gelo del golfo di Finlandia, acque ostili che mai mi avrebbero perdonato.  Era un cortocircuito estetico che faceva seguito a un’altra settimana tra i boschi dell’alta franconia bavarese, a Bayreuth, cittadella incantata dove ogni estate risorge il festival più silenziosamente antico del mondo, il Bayreuther Feestspiele concepito da Richard Wagner. Il contrario perfetto: una collina verde circondata da laghetti e giardini fioriti, a dominare il panorama e una certa cultura germanica avvolta da un’ipnotica magia. Una viaggio nel tempo, viottoli, bottegucce, vecchi decrepiti ed elegantissimi, il loro saggio incedere, le teste canute, bastoni intarsiati, giacche chiare, occhialetti e papillon che tu sembreresti un cameriere e loro invece sembravano Thomas Mann.

Poi sono andato a vivere nella periferia milanese e ho incominciato ad amare l’architettura industriale. Ma ci devi arrivare, devi consumarti in quella cosa sterile che è l’estetismo, quell’ossessione per il bello che gli altri non colgono o giudicano da froci, i materiali, le simmetrie, le forme perfette, il minimal che, presto o tardi, coincide con lo squallore.

Ed eccoti, per esempio, a Roma dal Ponte dell’Industria. Non bisognerebbe arrivarci, all’età in cui trovi la bellezza nel brutto e nello squallido. Bisognerebbe morire prima, da provinciali, da normali, prima che il forzato disincanto dei romani ti lasci indifferente anche di fronte agli incanti che gli stessi romani non sanno più riconoscere. Prima che le albe romane, le fontane, le statue, i giardini, gli scorci mozzafiato, divengano soltanto uno scontato fondale.

Le foto, si dice, servono anche a mostrare un mondo che non esiste più: ma in questo caso esiste, esiste ancora. Ma nella foto non c’è.

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