La colazione (di Raffaele Tassoni)

Ott 22, 14 La colazione (di Raffaele Tassoni)

Raffaele Tassoni
Ingegnere
La nostra prima volta. Apparve nell’estate dal nulla, era 1977: sembrava presuntuoso e saccente. E’ diventato uno dei miei amici migliori perché era ambizioso e affamato di conoscenze. Di stronzate ne ha fatte molte, ma quella di mettersi a correre come un forsennato a mezzogiorno, in agosto, nella Valle della Morte è nella top ten.

La colazione
Berlino Est, 1989
La foto. Vagavamo senza meta in uno dei rari momenti di luce naturale che vedemmo in quei giorni tra dicembre del 1988 e gennaio del 1989. Berlino Est sembrava governata da una banda con la passione della tassidermia. Quei due che facevano capolino dalle tende erano troppo buffi…

 

Berlino. 1989

Berlino. 1989

Me la ricordo quella finta colazione stampata su un muro di Berlino Est, ci domandavamo se quella coppia si stesse alzando o, come noi, doveva ancora andare a dormire.

Ci svegliavamo con Cap che cantava “Luci a San Siro”. Il primo giorno la canticchiava sotto la doccia, ma l’abbiamo accolta con le urla di fan scatenati, facendo diventare questa canzone malinconica che parla di amore di avere vent’anni e di luci che non si accenderanno più la canzone del viaggio. Si perchè avevamo vent’anni, ed il giorno si era trasformato nella notte. Andavamo a dormire all’alba dopo aver fatto colazione, per svegliarci nel pomeriggio, correre ad un museo prima che chiudesse ed uscire circondati di nuovo dalle luci artificiali. Al nord, in inverno, le giornate scivolano via veloci.

A Berlino Est ci siamo andati con un visto giornaliero scendendo dalla metro ed attraversando a piedi una dogana sotterranea – dove c’era una fermata fantasma, il nostro treno non proseguiva nel territorio della DDR. Con noi c’erano diversi turisti per la maggior parte ragazzi, mentre provenienti da EST incrociavamo solo anziani dallo sguardo rassegnato. Venivano a trovare i parenti rimasti di qua dal muro e dovevano aspettare di avere 65 anni per avere un visto giornaliero. Bambi, il ragazzo di mia sorella, quello che nella foto sembra il cantante dei Placebo, mi aveva soprannominato Luculele. Uno strano uccello immaginario che, come me, non smetteva mai di parlare. Avevamo un registratore in cui raccoglievamo i nostri sproloqui notturni su come riprogettare il mondo, il nostro futuro e le donne. Li  riascoltavamo per riprendere da dove eravamo rimasti e spesso ridere delle nostre fantasie creative.

Quel viaggio a Berlino Ovest era stato organizzato per trascorrevi l’ultimo dell’anno ma come succedeva spesso per la notte di capodanno non avevamo organizzato nulla. Giravamo in auto per le strade che si stavano velocemente svuotando cercando un locale dove cenare che ci piacesse. Li avevamo scartati tutti per le ragioni più varie, poca gente, troppa gente, sono tutti vecchi, ed ormai a mezzanotte ci siamo infilati a caso in un ristorante ben illuminato apparso come un  miraggio ad un incrocio. Era un locale elegante stile parigino con camerieri in doppiopetto ed ai tavoli gruppi numerosi di amici e parenti. Abbiamo iniziato ad ostriche e champagne che era già partito il conto alla rovescia, al brindisi eravamo euforici. In particolare Massimo si muoveva con disinvoltura baciando e lanciando complimenti a tutte le eleganti signore. Poi lo vediamo sedersi tra la mamma e la sua bella figlia a chiacchierare per informarci all’uscita dal locale che era stato invitato la sera dopo a cena a casa loro, felice di poter rivedere la ragazza di cui ormai era follemente innamorato.

Tiravamo sempre a fare mattina ed in questo vagare abbiamo scoperto locali originali ed assurdi per la fauna che li frequentava. Per il lungo viaggio in auto Cap preparava le sue “compilation”- Ricordo le “cantantesse” Bertè, Ornella Vanoni, Mina. Ascoltando Jannacci “Vivere… finchè c’è gioventù…”, tornando a casa, siamo usciti di strada in una curva ghiacciata, ci siamo piantati contro una montagna di neve ai bordi di un bosco, prima di una scarpata – Stanchi per l’infilata di notti bianche, chi dormiva si è svegliato abbiamo fatto il giro attorno all’auto. “Siamo stati fortunati” abbiamo detto prima di ripartire.

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