Il clown (di Elena Zacchetti)

Mar 04, 15 Il clown (di Elena Zacchetti)

Elena Zacchetti

Giornalista

La nostra prima volta. Giocava a basket e amava scrivere, è diventata stagista a Il Post e poi, passo passo, è diventata una delle colonne della redazione… con la passione per i viaggi e i casi complicati.

Il Clown

Bucarest, 1989

La foto. Com’era triste la Romania degli ultimi giorni della dittatura: triste come un clown.

 

 

Bucarest, Romania, 1989

Bucarest, Romania, 1989

Ogni volta che incrociava uno sguardo complice, che un uomo o una donna poi gli sorridevano schivi, aveva deciso che quello era il suo segno. Alzava lentamente il braccio, si portava la mano in cima a quel buffo cappello che gli aveva cucito un mese prima Aura, l’indice e il medio si chiudevano sulla cucitura frontale, e poi lo sollevava leggermente, e inclinava la testa. Aveva pensato che anche un tipo qualunque come lui, uno che non sarebbe stato ricordato per niente perché niente di eccezionale aveva fatto nella sua vita, doveva avere un segno di riconoscimento. «Un giorno questo paese odierà il comunismo», pensava ogni volta che indossava quel ridicolo costume da clown. L’idea gliel’avevano data tre dei suoi studenti, non sapeva dove l’avessero presa, ma ad Aura era piaciuta: «Hai sempre girato le spalle alla tua famiglia, lotta almeno per una cosa nella tua vita, solo una cosa!», gli aveva urlato durante una cena del mercoledì, una delle poche cose che ancora condividevano. E allora due volte a settimana, finito quel lavoro che tanti anni fa adorava e che ora faceva stancamente, andava nel magazzino della scuola, si metteva il costume e un ridicolo naso rosa di plastica. Si passava sulle guance del rossetto che gli aveva prestato un’amica di Aura. Saliva su fino alle palpebre, per dare spessore al suo sguardo e rafforzare i suoi lineamenti, ma quando si guardava allo specchio vedeva solo lacrime. Poi prendeva l’autobus, ogni volta un quartiere diverso, e aspettava di incrociare sguardi complici e sollevare il cappello. Stava cominciando a sentire la libertà. «Un giorno questo paese odierà il comunismo», si ripeteva ricordando le parole di Aura. E ogni giorno si odiava un po’ di meno.

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