Mauro Berruto: il viaggio necessario per allenare al desiderio

Lug 08, 17 Mauro Berruto: il viaggio necessario per allenare al desiderio

Se ad uno, anche politicamente aggiornato, parlano del Forum Nazionale dei Circoli del PD, il minimo che possa fare è cambiare argomento di discussione e far finta di non avere capito. In realtà, su suggerimento di un amico, sono andato a ripescare la registrazione dell’intervento che in quell’assiste tanto istintivamente respingente ha fatto Mauro Berruto, già coach della nazionale italiana di pallavolo e oggi amministratore delegato della Holden. Con la Nazionale, al di là degli importanti risultati ottenuti, si parlò molto di lui quando diede le dimissioni pochi giorni prima dell’inizio delle Olimpiadi di Rio.

Come tutti avevo sentito parlare di Mauro Berruto, ma non lo avevo mai sentito parlare ed dopo un minuto è apparso chiaro perché uno così lavora per/con Alessandro Baricco, il miglior raccontatore di storie che ci sia in circolazione.
La sua presentazione, di cui consiglio la visione completa e in famiglia, quasi fosse un episodio di Montalbano, verte su tre concetti: allenare, allenarsi e la magia dell’essere una squadra. Ma a ben guardare è che cosa le imprese dello sport possano insegnare in qualunque attività delle persone.

Il viaggio durante il quale Berruto accompagna la platea comincia dal più grande di tutti, Muhammad Ali e dal suo essere poeta: dalla volta che scrisse e recitò la poesia più breve del mondo:

“Me, we”

La sua visione dell’essere campione:

“I campioni non si costruiscono in palestra. Si costruiscono dall’interno, partendo da qualcosa che hanno nel profondo: un desiderio, un sogno, una visione. Devono avere l’abilità e la volontà. Ma la volontà deve essere più forte dell’abilità”.
[Champions aren’t made in gyms. Champions are made from something they have deep inside them-a desire, a dream, a vision. They have to have the skill, and the will. But the will must be stronger than the skill.]

Ogni allenatore nella sua attività deve risolvere questa equazione matematica:

P=R

dove “P” sta per potenziale che viene affidato che deve essere trasformato in “R”, che sta per risultati… e molto spesso le dimensioni delle due lettere sono assai diversi tra di loro.

Perché capita questo? Berruto lo fa spiegare a Charlie Chaplin e ad una scena di Tempi Moderni, questa:

Per dire che siamo talmente concentrati a fare le cose quotidiane, che rischiamo di perdere di vista il disegno complessivo.
[…]

Che cosa dobbiamo fare per andare oltre i nostri limiti?

La prima cosa è la capacità di cambiare il punto di vista da cui guardiamo le cose.

“E’ proprio quando credete di sapere le cose che dovete guardarle da un’altra prospettiva”

Il punto è proprio riuscire a: “Guardare le cose da un’angolazione diversa”.
Ecco: il margine che rende un lavoro fatto molto bene da un capolavoro è la possibilità di cambiare le regole preesistenti.

Per questo il viaggio di Berruto arriva a William Turner, che sapeva di essere il più bravo, ma volle andare oltre e provare una esperienza “immersiva” per rappresentare le tempeste. Marina Franza lo racconta così: “Forse il più romantico tra i romantici, non solo per i temi prescelti (il paesaggio, la condizione di dell’uomo di fronte alla natura), ma anche e soprattutto per la modalità innovativa con cui sceglie di rappresentare tali temi. Non a caso, è l’unico artista che, secondo il celebre critico d’arte inglese John Ruskin, sarebbe capace di “rappresentare gli umori della natura in modo emozionante e sincero”. E proprio la natura, nella sua fenomenologia più vivace, è al centro della ricerca di Turner. Non più  la natura materna e rassicurante dei grandi classici della pittura, ma una natura spaventosa, imprevedibile, violenta, animata, selvaggia. Non a caso i temi ricorrenti sono naufragi, incendi, le catastrofi naturali e i fenomeni atmosferici, come la tempesta. Il lato più aneddotico vuole che Turner amasse prima presenziare gli eventi rappresentati, per meglio trasporli su tela: a tal scopo si sarebbe fatto legare all’albero maestro di una nave in tempesta, per provare in prima persona la drammatica esperienza”.  Ecco. Fu il più bravo di tutti a rappresentare le tempeste marine, ma si accorse che pre andare oltre il suo problema era vedere le tempeste della spiaggia, come facevano tutti gli altri. Per questo si fece accompagnare nella tempesta, si fece legare all’albero di una nave e affrontò l’esperienza da dentro…

Berruto a questo punto definisce le due colonne fondanti dell’essere squadra: la prima è “Essere esemplari” e la seconda è “Intendere la fatica come medicina del mondo”.

Il campione di riferimento di questa sua convinzione è Emil Zatopek, che detiene un record che forse non sarà mai sarà superato: nell’arco di una settimana, alle Olimpiadi  di Helsinki 1952, vince i 5000, i 10000, e la maratona.

Ma “Il momento” di Zatopek è questo, a 365 metri dalla fine della prima di queste gare: i 5000 metri:

Quando da quarto e visibilmente distrutto, nel momento in cui chiunque altro avrebbe mollato, riesce a trovare le energie per rimontare e con il suo stile sgraziato supera tutti e soprattutto i due atleti: un tedesco e un inglese, che erano il contrario di lui, eleganti e perfetti nello stile… e va a vincere la medaglia d’oro.
Molti giornalisti gli chiesero: “Perché ha questo stile così scomposto?” E la sua risposta ha qualcosa di geniale: “Non ho talento sufficiente per correre forte e sorridere contemporaneamente”.
Ma quale fu il segreto di Zatopek? L’idea su cui questo atleta ha anticipato tutti riguarda il metodo di allenamento. Lui cominciò a correre molto tardi, a 21 anni, e si rese subito conto che non avrebbe potuto recuperare il gap tecnico che lo separava dagli atleti che magari correvano da molti più anni di lui. Decise però di puntare sul suo punto di forza: la sua capacità di resistere alla fatica. Inventò un metodo di allenamento con sovraccarico per addestrarsi, indossò queste scarpe

e poi si prese sulle spalle sua moglie Dana (che era campionessa di giavellotto, quindi tanto leggera non era) e cominciò a correre in giro per Praga, spesso con la neve che gli arrivava alla cintola…

Berruto sostiene che l’invenzione di questo metodo è stata geniale, ma non funziona con tutti gli atleti.

Che cos’è la mentalità vincente? L’ex allenatore della nazionale di volley identifica due parametri: considerare ricchezza le differenze che ci sono all’interno degli spogliatoi ed essere felici quando gli avversari sono difficili da battere. Contro queste visioni, in ogni gruppo esistono dei sabotatori, ne esiste una percentuale fisiologica in ogni contesto. Questi soggetti si identificano quando vengono espresse queste “frasi killer”.

Fortunatamente in ogni squadra c’è anche una percentuale di alleati e la frase che li caratterizza è: “Ce la farò anche se nessuno mi aiuterà”.

La “magnitudine” di un campione è proporzionale alla sua capacità di indirizzare i sogni delle persone. E’ la stessa cosa che rileviamo per i capolavori, che sono tali se cambiano noi, che li guardiamo.

C’è un’artista, Yves Klein, più noto con il soprannome di “Monochrom”, che per tutta la vita si è impegnato a cercare una sfumatura di un colore non esistente in natura: un blu… Ha fatto per anni esperimenti, mescolando pigmenti e sperimentando forme di applicazione del colore, finché un giorno ha trovato IKB: International Klein Blue…

In questo caso io ho trovato una bella definizione di un gruppo di studenti di un liceo francese che hanno scritto di questo blu oltremare:
Questo blu su blu, irradia una vibrazione colorata che raggiunge un’ampiezza massima. E’ come se questo colore cominciasse ad animarsi. La superficie appare soffice. Il pigmento di colore prende la consistenza di un panno di cotone grezzo. E’ come se la consistenza del colore modelli strani paesaggi e un orizzonte che sembra galleggiare. Lo sguardo viene accompagnato verso il basso in una profondità che non appartiene allo spazio tridimensionale della vita quotidiana, ma ad una dimensione in più che l’artista invita a scandagliare: la profondità del colore. E’ come se questo blu richiamasse non solo lo sguardo: “è la mente che vede con gli occhi. Insomma, nei suoi dipinti, Yves Klein si concentra su degli aspetti spirituali oltre che quello fisici. Per lui la pittura è meditazione e sfugge alla quotidianità, per aprirsi alla meditazione“.

Questa opera non l’aveva fatto mai nessuno prima di lui.
La cosa eccezionale è dedicare tutta la vita per la ricerca di un dettaglio che per tutta l’umanità è irrilevante! Klein è un simbolo di come prenderci cura di un pezzetto di mondo e farlo diventare migliore.

Capolavori di armonia
Ci sono capolavori di armonia che hanno una storia come questo esercizio:

Jury Chechi veniva da un gravissimo infortunio che gli avevano fatto disertare le olimpiadi di Barcellona che lo vedevano favoritissimo. Quattro anni dopo, prima di salire in pedana nell’esercizio agli Anelli alle Olimpiadi di Atlanta ha pensato che sua fortuna fu uscire per ultimo e con la consapevolezza che i suoi avversari avevano fatto un esercizio quasi perfetto. Ha avuto 40 secondi di tempo per eseguire il suo capolavoro:

Si vince quando prevale il Desiderio: e questa è la parola fondante del gesto di allenare. Insomma allenare è allenare al desiderio di fare.

“Se vuoi costruire una barca, non radunare uomini per tagliare legna, dividere i compiti e impartire ordini, ma insegna loro la nostalgia per il mare vasto e infinito” Antoine de Saint-Exupéry

Egoismo di gruppo, momento che non è frequente, che va ricercato quando qualcuno fa un piccolo gesto ma che si ritiene decisivo per la vittoria finale. E’ capitato con Chechi. La sera prima della finale l’atleta aveva un dolore terribile alla spalla, ma Salvatore Scintu, il suo massaggiatore lo ha curato e massaggiato e ha contribuito in modo determinate alla vittoria: “Ad Atlanta Jury Chechi soffriva di un fastidioso mal di schiena, lo massaggiai fino alle tre di notte e l’indomani vinse l’oro agli anelli”. Senza quel massaggiatore, forse Jury non avrebbe fatto il suo capolavoro.

Le perfomance di eccellenza è generato da questa equazione:

Abilità X Volontà
___________________

Atteggiamento

Il fattore: atteggiamento è rappresentato da questo frammento riferito alla e Olimpiadi di Los Angeles del 1984, quando entra nello stadio per 37esima un’atleta svizzere Gabriela Andersen-Schiess. Un 37esimo posto che è un capolavoro.

Le immagini di Gabriela Andersen-Schiess sono ancora oggi l’espressione della volontà e della massima determinazione di un’atleta, decisa sino all’ultimo a portare a termine la sua gare: insomma quell’ultimo giro di pista compiuto in più di 5 minuti è una lezione di vita e di sport “eroico”, soprattutto perché non era per raggiungere una medaglia, ma rappresentava un traguardo per sè.

Ci sono modi diversi di raggiungere un capolavoro facendo l’affresco della Cappella Sistina, oppure con la forza di volontà che non porta alle medaglie d’oro, ma c’è una grande dignità e una bellezza anche nel realizzare un capolavoro da 37esimo posto.

 

Itaca – Costantino Kavafis

Quando ti metterai in viaggio per Itaca
devi augurarti che la strada sia lunga
fertile in avventure e in esperienze.
I Lestrigoni e i Ciclopi
o la furia di Nettuno non temere,
non sarà questo il genere d’incontri
se il pensiero resta alto e il sentimento
fermo guida il tuo spirito e il tuo corpo.
In Ciclopi e Lestrigoni, no certo
né nell’irato Nettuno incapperai
se non li porti dentro
se l’anima non te li mette contro.

Devi augurarti che la strada sia lunga
che i mattini d’estate siano tanti
quando nei porti – finalmente e con che gioia –
toccherai terra tu per la prima volta:
negli empori fenici indugia e acquista
madreperle coralli ebano e ambre
tutta merce fina, anche aromi
penetranti d’ogni sorta, più aromi
inebrianti che puoi,
va in molte città egizie
impara una quantità di cose dai dotti.

Sempre devi avere in mente Itaca
– raggiungerla sia il pensiero costante.
Soprattutto, non affrettare il viaggio;
fa che duri a lungo, per anni, e che da vecchio
metta piede sull’isola, tu, ricco
dei tesori accumulati per strada
senza aspettarti ricchezze da Itaca.

Itaca ti ha dato il bel viaggio,
senza di lei mai ti saresti messo
in viaggio: che cos’altro ti aspetti?

E se la trovi povera, non per questo Itaca ti avrà deluso.
Fatto ormai savio, con tutta la tua esperienza addosso
Già tu avrai capito ciò che Itaca vuole significare.

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