Parole per Imola: Crescita Inclusiva

Lug 19, 17 Parole per Imola: Crescita Inclusiva

Marco Gasparri. E’ un “uomo di impresa” con una montagna di cariche e di responsabilità, ma se devo dire la verità – parlando con lui – la cosa che gli scalda di più il cuore è l’attività che svolge come presidente della Fondazione Montecatone Onlus. Magari mi smentirà… Ci conosciamo da una vita, ma forse non ci vedevamo dai tempi della maturità al Paolini.

(Cap)

 

CRESCITA INCLUSIVA

Gli ultimi vent’anni hanno visto sul territorio un grande cambiamento, culminato con le crisi aziendali che tutti conosciamo e dalla radicale mutazione genetica degli uomini di governo del nostro territorio.

Il punto di partenza verso la nuova gestione della cosa pubblica vede uno scenario influenzato dai seguenti eventi:

  1. L’area metropolitana ed il rapporto con la regione;
  2. Il nuovo scenario imprenditoriale e cooperativo che avanza;
  3. Il panorama sanitario dove Imola si collocherà;
  4. La formazione dei giovani e degli studenti;
  5. Gli scenari sociali che avanzano su questo territorio.

Cinque cosine schiccie che devono essere affrontate in modo radicalmente diverso.

La premessa è che la politica non sia il punto di arrivo a Palazzo, ma la cabina di regia di persone scelte definitivamente per le loro competenze e con le capacità che dimostrano di saper mettere in campo. “L’amico dell’amico” non deve esistere.

Occorre innanzitutto qualcuno che riesca a coagulare in sé e fuori da sé un principio di lealtà in modo trasversale, senza paura di affrontare le critiche, con una idea di fondo tesa verso il bene comune e del “faccio per gli altri il meglio che posso pensare di poter fare per me”. Non necessariamente con un’idea posso accontentare tutti, ma gestisco la cosa comune come se mi riguardasse da vicino.

La mia esperienza di uomo d’impresa e non necessariamente di imprenditore (definizione che non mi sento addosso per il suo effetto stigmatizzante) mi porta a pensare che quello di “tribù” sia il concetto dentro al quale ci sia un po’ tutta la nostra storia di provenienza contadina: l’attaccamento alla propria terra e al territorio comune, l’orgoglio di veder crescere i frutti per sé e per gli altri, l’energia da investire nella crescita del proprio capitale per far funzionare la macchina economica e sociale, la preoccupazione positiva per i propri collaboratori e per gli strumenti messi a loro disposizione. Quattro aspetti fondamentali che i nostri vecchi avevano nel dna e di cui sotto all’orologio del centro storico ne parlavano con orgoglio la domenica mattina. Il lavoro non era funzionale al soldo, ma il denaro era lo strumento per garantirsi sicurezza, benessere, amicizia e tradizione (mica pizza e fichi).

Esistono le condizioni per cui quelle cinque cosine schiccie oggi possano trovare soddisfazione?

Imola e il suo circondario in questi anni sono cresciuti in forma disarticolata, non solo per alcune responsabilità dei timonieri passati, ma anche per interessi di bottega e personalismi che non ne hanno sicuramente agevolato lo sviluppo, per non contare le debolezze e i compromessi che in molti casi si sono dovuti accettare.

Ho apprezzato la voglia della politica di governo circondariale e imolese – in particolare di Daniele Manca – di aggregare e non di usare la tecnica del dividi et impera come in passato.

Conosco Daniele da quando aveva le braghe corte e quando cominciammo a discutere i bilanci del comune di Dozza tanti anni fa comprese subito qual era il vantaggio di arrivare ad una visione d’insieme condivisa. All’epoca ero il responsabile del Tavolo delle imprese, e notai che aveva delle idee in testa non tanto prettamente politiche ma di società vera. Fu allora che gli spiegai che se avesse voluto correre veloce doveva correre da solo (ma se avesse voluto andare lontano doveva correre con qualcun altro e con una grande attenzione agli “amici”). Spetta a Daniele oggi interpretare il ruolo di traghettatore anche con scelte azzardate e anti popolari o anti politiche ma pro-Imola.

Eccone alcune:

Area Metro. Bisogna saper scegliere gli uomini per i patti metropolitani. Occorre che abbiano un respiro anche regionale. Il modello è Bologna: nei bolognesi è tornata la voglia di supremazia regionale che si era assopita per tanti anni di non governo della città. Oggi Bologna si sta attrezzando con idee, mezzi e persone per fare quello che noi abbiamo saputo interpretare meglio nel passato. Esserci è fondamentale e governare con competenza questi processi risulta la prima priorità. Sarà una negoziazione lunga e difficile anche perché non esiste ancora un piano strategico regionale, mentre ne esiste uno metropolitano al quale si è partecipato intensamente, ma con risultati da verificare.

Nuovi scenari economici. Cosa è successo tutti lo sappiamo, cosa succederà non lo sa nessuno. Puntare il dito sulla scarsa managerialità dei cooperatori e degli imprenditori è fin troppo facile. Fare impresa è un rischio, ma è rischioso anche smettere di provarci. Non sempre è possibile calcolare gli imprevisti, ma molti imprenditori si sono dimostrati degli incapaci, lo stesso vale per manager e cooperatori che hanno visto le proprie imprese implodere sotto i colpi della crisi. Com’è potuto succedere? Da quando hanno smesso di pensare agli altri per occuparsi solo dei propri interessi. Le aziende sono niente senza le persone e viceversa. Il lavoro è la più grande forma per autodeterminare il proprio futuro, sia in forma privata che in forma cooperativa, ma in entrambi i casi chi gestisce un’impresa non lo deve fare per la propria poltrona ma per la sua azienda. In molti durante questi ultimi anni mi hanno dato del “comunista” alla mia organizzazione, altri del “capitalista” all’interno del sindacato, mentre a me sembrava di perseguire soltanto il buon senso. Crescere – senza escludere – per me significa gestire pensando prima agli altri che a sé stessi, con l’accortezza di sapere che siamo uno degli elementi integranti del successo dell’impresa e dei lavoratori di questa. Il modello di industria 4.0 poi è il cacio sui maccheroni per quelle imprese che sapranno valorizzare creatività, responsabilità ed innovazione: non c’è nulla di meglio per spingere verso l’alto l’asticella della competizione. Sapranno i nostri manager, imprenditori e cooperatori ritagliarsi un ruolo da protagonista in questa sfida? Dal fermento che vedo in città e partecipando a diversi tavoli devo dire che il ridisegno di Innovami, la voglia di spendersi, la giusta collocazione di uomini chiave nei vertici delle casseforti pubbliche, potrà di sicuro accendere la miccia per una nuova imprenditorialità basata selle idee e sui posti di lavoro. L’impatto socio economico dell’automazione non deve spaventare, anche se mi rendo conto che alla prima sensazione il cinquantenne medio possa avere paura dell’introduzione delle nuove tecnologie, e il vero motivo non è tanto la foglia di fico del rischiare di perdere il posto perchè arriva una macchina a fare il mio lavoro. La vera motivazione di tanta diffidenza è un’altra: chiediamoci se abbiamo veramente la voglia di rimetterci in gioco in un nuovo ruolo, dove conoscenza e competenza, voglia di applicarsi, studio e formazione siano ingredienti fondamentali del nostro cambiamento come persona. Se si vuole crescere senza perdere nessuno è necessario che volontà e curiosità arrivino però da entrambe le parti.

Il panorama sanitario. Sei anni fa mi chiesero di impegnarmi per Montecatone. Per me era un passaggio che facevo in bicicletta venti chili fa e mai mi sarei aspettato di ammalarmi per un progetto. All’epoca la chiamai “montecatonite” questa malattia e auguro a tutti di ammalarsi di questo “bene”: è il classico esempio di impegno sociale rivolto a crescere. Con il tempo ti appassioni alla gente che ci lavora e alle loro storie, ai parenti dei pazienti e ai pazienti; ti appassioni alla positività, alla voglia di impegnarti, alla sincera ed autentica forma di collaborazione con la Direzione, il personale, gli utenti. E ti spendi. Ci metti la faccia, vuoi capire bene di qualcosa che non sai se ti appartiene, che magari hai dentro all’anima, nascosta, dove era necessaria una miccia per accendere la passione verso gli altri. Un preambolo il mio, per aprire un capitolo importante del nostro territorio: la Sanità. Scopri con il tempo che ci sono molte similitudini con il fare impresa, ma il rapporto fornitore-cliente diventa fondamentale. Nella sanità serve anche un’ attenzione particolare all’umano e alle speranze che si ripongono in chi ti affida la propria vita. Ti accorgi che la politica in questo settore è troppo distante dalle esigenze umane e allora combatti  per chiudere questo gap affinché il bilancio di una azienda che si occupa di salute sia veramente funzionale alla missione umana, con le difficoltà che ci sono per capire ciò che serve: un piano, una strategia, una visione futura. La salute pubblica può diventare un volano per grandi progetti, anche occupazionali, tecnologici, di ricerca, con importanti ricadute sul territorio. E allora leggi, ti documenti, cerchi di capire come si fa, anche se la tua estrazione è radicalmente diversa e fino a ieri ti sei occupato di altro. Grazie all’esperienza di Montecatone oggi posso descrivere un posto in cui ci si è inventati un progetto di vita indipendente: con laboratori, tecnologia, e ricerca per quelli che sono stati “sfortunati” (ma sono proprio le persone che ti danno indietro molto più di quello che puoi offrire). Alla sanità imolese auguro esperienze simili. Per venire al pratico, ho citato quale straordinario impatto possa avere sul Pil tutto ciò, tenendo presente che si dovrà lavorare a rete, che si dovrà puntare sulla grande qualità delle persone, che si dovrà tenere presente lo standard in crescita della prestazione. Un complesso di cose che impatta anche sulla possibilità di collaborazione con le imprese, e una richiesta di forte condivisione di un piano strategico sanitario regionale che dichiari per tempo le intenzioni di una regione che investe due terzi delle proprie risorse in sanità. E come per l’area metropolitana, a quei tavoli bisogna esserci, e bisogna saperci stare con competenza e professionalità, con l’idea forte che il benessere del territorio passa dalla salute.

La formazione. Sono ormai più di vent’anni che dal mio osservatorio industriale seguo la formazione, e non solo quella tecnica; ho visto l’evoluzione culturale del sistema formativo scolastico, ma anche professionale ed imprenditoriale. Dalle battaglie con gli amici Poletti (oggi ministro del lavoro) e Prati (ex presidente di Legacoop Imola) per il rilancio della cultura tecnica fino all’evoluzione del nostro Alberghetti, e dell’Università. Tutto caldo ed appassionato il clima, tutto molto motivante, con un unico cruccio: il non aver saputo incidere per tempo sulle famiglie prima della grande crisi di dieci anni fa. Oggi lo scenario è quello di alta ed altissima specializzazione, di laboratori per l’occupabilità, di progetti formativi e scolastici in alternanza con le aziende, di docenti che partecipano ai comitati scientifici per allineare i programmi con le esigenze del territorio e delle imprese, di confronto (finalmente) con le aziende che dovranno poi impiegare quanto il sistema scolastico forma. Come in altri casi, la differenza qua la fanno le persone, i dirigenti scolastici, i docenti, e quanta voglia hanno questi di fare un “regalo formativo” ai giovani; ragazzi che diventeranno risorse, manager, tecnici di aziende di un territorio che da anni si confronta con il mondo e che rappresenta l’eccezionale forza propulsiva di una rete di piccole e medie imprese che si fa strada nel mondo della competizione globale. In queste aziende finiranno le nuove generazioni, con le loro speranze, sogni,  desideri, e alla scuola si chiede di “tirarsi dietro” tutti, perché ognuno può avere dote e talento al di là della voglia di studiare. Il capire quale sia il percorso più adatto per i giovani è un aspetto sul quale non soltanto le famiglie ma anche il mondo della scuola oggi sono ancora altamente deficitari. La dispersione scolastica e la non-crescita personale rappresentano delle minacce da scongiurare assolutamente. La cultura rimane l’investimento migliore che i nostri giovani possano fare, ed attuare le politiche giuste di motivazione e di comprensione del diritto-dovere allo studio è fondamentale nella nostra società.

Gli scenari sociali. Mi spaventano i furbi, gli arrivisti, gli opportunisti. Mi spaventano così tanto che ci sto lontano. Il nostro Paese si è ammalato di questa malattia, e mi dispiace perché ho insegnato ai miei figli a non esserlo. Lo scenario sociale che vedo è quello dove chi ha relazioni positive, si impegna, e lavora sodo, raccoglierà sicuramente meno di chi cerca le strade agevoli per ottenere risultati poco chiari. L’emergenza dei giovani che non studiano e non lavorano mi preoccupa molto. Dai 15 ai 24 anni ci sono ragazzi che vivono in un limbo pericolosissimo. Anche nel nostro territorio ce ne sono molti ed è un bacino dal quale attingere per tutto ciò che si nutre di irregolarità. Qui il network pubblico e privato potrebbe dare delle risposte interessanti se solo si avesse voglia di investire su una fetta di nuove attività magari gestite in forma privatistica.

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