The sounds of silence (di Ivan Scalfarotto)

Ago 25, 17 The sounds of silence (di Ivan Scalfarotto)

Ivan Scalfarotto

Parlamentare e Sottosegretario

La nostra prima volta. A Nessuno Tv quando era candidato alle primarie dell’Unione nel 2005. Partecipò con al primo confronto tra candidati della storia della televisione italiana, condotto da Luca Sofri

The sounds of silence
New York, 1988
La foto. Era pomeriggio tardi, la giornata stava finendo, nella grande piazza la musica e il vociare dei ragazzi che si incontravano erano un tutt’uno ho scattato tante foto di alcune sono molto orgoglioso.

New York, 1988

Il fatto è che, se li stavi disperatamente cercando, due occhi sono unici, irripetibili, preziosi come brillanti e brillanti come preziosi. Nessuna possibilità di sbagliarsi, nemmeno se tutte le statistiche del mondo e la stessa ragionevolezza ti stessero urlando nelle orecchie che non potrai riconoscerli mai. Anche dentro una moltitudine, anche in mezzo alla folla, anche dovendosi fare largo con lo sguardo tra la gente, l’incontrarsi dei tuoi occhi con gli occhi che stavi cercando drizza un filo più forte dei cavi d’acciaio che tengono su il ponte di Brooklyn.
E se hai da dire qualcosa che non può più aspettare, se c’è una notizia da portare da un capo all’altro della città; e se per questo hai corso sui marciapiedi e hai scongiurato la subway di pompare dentro le sue ruote tutta l’energia elettrica della più vicina centrale nucleare, se hai schivato le macchine saltando sui cruscotti nel traffico di Columbus Circle e se stavi pure prendendo una musata sul selciato quando una delle tue vecchie e solitamente fedeli All Stars da basket è scivolata nel fango proprio all’inizio di Central Park, beh, poter ritrovare quegli occhi merita tutta l’avventura.
Sapevo che eri lì, al parco, e sapevo che ti avrei trovato, fosse finito il mondo ti avrei trovato. Sapevo che ci sarebbero state altre cinquecentomila persone (così aveva detto la televisione), ma dentro quel pagliaio io i tuoi occhi li avrei distinti tra un milione. Senza dubbio, senza possibilità di smentita. Un sacco di gente andava da quella parte, così ho corso sfruttando la corrente di quel fiume umano, tutti che andavano a sentire Paul e Artie, io che venivo a cercare te, che sicuramente stavi andando a sentirli cantare. “I am just a poor boy though my story’s seldom told”…
Ti avrei trovato e te l’avrei detto, avessi anche dovuto battere Central Park palmo a palmo, avessi dovuto perderci tutta la notte. Continuavo a ripetermelo ed ero sicuro che non potesse non essere così, anche se poi, sventato il rischio di rompermi la dentiera sull’asfalto, mi ero guardato intorno e – un po’ le mani sui fianchi, un po’ la testa che girava di qua e di là precisa e ritmata come l’ago di un metronomo – chiunque avrebbe capito che il parco era troppo grande, e troppa era la gente. Che la notte del resto era pronta a calare su quel circo il suo tendone stellato, e che quindi io non avrei saputo davvero da che parte buttarmi.
E così ho corso in una direzione qualsiasi, ho corso fino a farmi scoppiare i polmoni. Ho evitato i passanti come fossero birilli e io la palla impazzita di un bowling all’incontrario. Ho saltato pozzanghere e pestato margherite e fili d’erba, ho rischiato anche di rovinare sul carretto di un venditore di hot dog. Quanto è grande Central Park e, shit, quanta gente tutta qui. E i tuoi occhi, perduti da qualche parte in questo enorme rettangolo verde.
Avresti potuto essere ovunque, e magari di spalle, proprio a pochi centimetri da me. I tuoi occhi vicinissimi ma rivolti lontanissimo, verso l’altra estremità del mondo. Ma li avrei visti, alla fine, avrei potuto giurarlo. Sarebbero spuntati dietro la sagoma informe di una coppia allacciata in un abbraccio senza un termine previsto o prevedibile. Li avrei visti brillare trafitti dal raggio preciso di una luna appena sorta e forse già impietosita da me. Si sarebbero rivelati colpendomi da un angolo lontano o li avrei avvistati con l’istinto fulmineo di un gabbiano catturato da striature d’argento sotto il pelo dell’acqua. Ma li avrei trovati, e te l’avrei finalmente detto.
E poi, per un attimo soltanto, niente più frastuono, niente più voci, niente più bassi e rullanti dalle casse, niente più 1-2-3 prova, niente più musica, niente di niente. Per un istante solo, finalmente, guardarti negli occhi e non sentire altro che il suono del silenzio.

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