No civismo ideologico, sì a politica forte

Mar 20, 18 No civismo ideologico, sì a politica forte

Dice Giuseppina Brienza “Il civismo non si improvvisa”, ed ha ragione. D’altra parte deve considerare che non si possono trattare le acciughe da balene. Se ci fosse il tempo, come in molti di noi avevano auspicato, si dovrebbe partire dalle persone e dai pensieri lunghi. Non si è scelta questa strada ed oggi ci troviamo in un’emergenza che inevitabilmente porterà ad una scelta con l’acqua alla gola, non adeguatamente supportata, improvvisata o, peggio, desolatamente di basso profilo. Il “candidato meno peggio”. Non condivido della scelta di Giuseppina Brienza l’idea di coltivare il proprio orticello. Che senso ha chiedere ai civici di farsi rappresentare dal suo marchio? Servirebbe una grande adunata di cittadini che non vogliono che il centro sinistra rimanga passivo, come un pugile suonato, di fronte a spinte deleterie per la nostra comunità. Se il civismo (un termine che a me piace poco, mi pare che bersanizzi la realtà) vuole essere un fattore innovativo non può avere schemi, ma essere aperto, inclusivo e popolare. Se poi si organizzerà in una lista, in due o in 10 importa poco. L’importante sono le persone e le idee che può portare al centro del progetto di governo della città.

 

Civismo? Il tema, ancora una volta, è politico. Di fronte ad un civismo debole, evocato come soluzione di tutti i problemi, non si può prescindere dalla necessità di un pensiero politico forte. E la responsabilità di questo azione ricade per forza di cose sul partito più importante. Il PD imolese che ha sempre vinto anche grazie alla virile determinazione con cui difendeva le scelte di fondo della sua azione di governo sembra in queste ore una nave in tempesta nella quali i capitani si guardano in faccia senza decidere se cazzare la randa, il fiocco o il gennaker. Io avevo suggerito di prendere in mano tutti insieme i remi e spingere dalla stessa parte. L’ipotesi è sfumata.

Tant’è.

 

Le ricette di Zingaretti

Per vincere, a Imola, il centrosinistra deve essere in grado di recuperare quei voti in uscita dal proprio bacino elettorale precedente che in forma massiccia sono confluiti nel voto al Partito a 5 stelle, nell’astensionismo e, in forma più ridotta, nella Lega. Per fare questo, lo ribadisco, è necessario che il Pd imolese agisca come ha fatto nel Lazio, Nicola Zingaretti, che nello stesso giorno 300 mila elettori che votavano per i 5 Stelle o scheda bianca o nulla hanno deciso di mettere la crocetta sul suo nome.

Si badi, questo non è un mio endorsement a favore di Nicola come segretario del PD. Vedo nella sua lettura (in vero più sull’analisi che sulle risposte che individua) un punto di partenza per una riflessione che è da fare anche a Imola.

Oggi il Presidente del Lazio presenta un documento interessante che può essere utile cercare di tradurlo in imolese.

E’ il carattere di questa sconfitta che brucia e ci impone di riflettere con spirito di verità: il voto, anche contro di noi, è stato un voto popolare. Un tempo si sarebbe definito “di classe”. Non in quanto espressione di una classe omogenea e politicamente cosciente; ma in quanto espressione della parte del paese più sofferente, emarginata e priva di forza: non sono solo gli ultimi; sono anche i penultimi e pezzi consistenti del ceto medio che va via via scomparendo. E non chiama in causa solo questioni di reddito, ma generazionali e anche di qualità della vita, dei servizi, della sicurezza sociale, della solitudine percepita a fronte dei grandi processi che investono l’Italia e il mondo.

La classe media imolese ha determinato una parte significativa della protesta contro il nostro governo. Le vicende di CESI e TreElle in questo, seppure in parte assorbite dal nostro forte tessuto sociale ed economico, sono ferite ancora aperte e sanguinante che spesso si è tentato di anestetizzare il tema e successivamente cercare risposte soggettive, più che renderle parte di un progetto politico comune. Lo disco da osservatore esterno e lontano. E conosco il profondo dolore che questa storia ha provocato anche in chi ha governato la città a tanti livelli. La crisi imolese sta proprio nel logoramento della sensazione di fare parte di una comunità. Lo abbiamo molto evocato, questo concetto, ma alla resa dei conti i processi generali che hanno portato più solitudine e abbandono hanno morso forte anche da noi.

 

Partito di governo e assai poco di lotta

“Il Pd è stato un grande tentativo di innovazione – dice Zingaretti – La sua ambizione iniziale fu quella di adeguare non solo i programmi, ma le forme politiche, i rapporti dei cittadini con le istituzioni e la democrazia. Oggi, possiamo dire che nel corso degli anni questa ambizione si è affievolita fino quasi a spegnersi. E’ prevalso l’assillo, pure comprensibile, per il governo. A tutti i livelli”. Anche dove si era più avanti nella pratica del governo e della capacità di avvicinare i cittadini alle scelte delle amministrazioni.

Su un altro aspetto di deve ragionare a livello nazionale e locale: “La combinazione di un profilo esclusivamente di governo, inevitabilmente concentrato sulla responsabilità e sul rispetto delle compatibilità, e la degenerazione delle nostre pratiche concrete ci hanno allontanato sempre di più dal sentimento del popolo”. Quella che una volta era una critica che il PCI faceva alla DC di “partito/Stato”. Ed è ancora più percepito questo: “Da qui nasce la percezione diffusa di un nostro atteggiamento altezzoso, autoreferenziale, sordo, rispetto ai conflitti e ai movimenti sorti anche in contrasto ad alcune nostre scelte di governo“.

C’è da sottolineare questo passaggio: “La responsabilità di ciò che è accaduto è solo di Renzi? Dire questo, sarebbe non vero, ingeneroso e, per tutti, auto assolutorio”.

 

Noi, l’Europa

“Non sono solo le responsabilità specifiche della sinistra italiana ad averci portato a questo punto così negativo. C’è un quadro europeo ed internazionale che mostra come la maggior parte del movimento socialista democratico sia in grande difficoltà. Abbiamo subito colpi ovunque: in Spagna, in Francia, in Germania. I segni di una controtendenza ci sono stati solo nel Regno Unito, dove comunque non abbiamo conquistato il governo. Le ragioni sono tante, ma una è quella decisiva: il fronte progressista non ha retto l’impatto con i grandi processi di globalizzazione”.

Sono discorsi che sembrano astratti e lontani, ma dobbiamo fare i conti con questi concetti: “Le politiche nazionali sono regolate in tanta parte dalle compatibilità imposte dal governo europeo. Mentre i capitali finanziari e la localizzazione delle imprese si muovono liberamente, sfuggendo a qualsiasi rete in grado di disciplinarle in direzione degli interessi dei cittadini e del bene comune. E’ il dramma di un’Europa a metà. Senza Europa non c’è alcun futuro di fronte alla potenza della Cina, dell’India, degli Stati Uniti. Ma un’Europa a metà rischia di mostrare solo il torvo profilo dell’austerità e dei precetti vincolanti; senza promuovere quelle decisive politiche comuni e democratiche che ci permetterebbero insieme di navigare nel mondo globalizzato e di promuovere le scelte necessarie per una crescita di qualità. Senza una progressiva ma sostanziale unità politica europea non potremo conquistare ciò che oggi appare urgente: una comune politica di difesa, una omogenea fiscalità, una leva finanziaria ed economica condivisa in grado di mettere in campo investimenti poderosi, un sostengo ai redditi, una difesa ed estensione dei servizi, la protezione dell’ambiente, un sostegno alla ricerca, alle università e alla cultura. Finché avremo le nostre mani legate come europei, subiremo i colpi di un mondo che si muove rapidamente senza poter rispondere. L’Europa, dunque, è il fronte principale su cui combattere. Siamo sul crinale: o lo scettro della sovranità democratica si sposta lì, in un rapporto assolutamente nuovo, di quelle istituzioni, con i cittadini del continente che potranno riconoscerne la legittimità solo quando saranno in grado controllarle in modo trasparente, di percepirle vicine e rappresentative e fondate sul consenso e sulla partecipazione; oppure, essendo la dimensione degli stati nazionali ormai fuori scala, prevarrà la spinta localistica, xenofoba, parziale ed egoistica. In mezzo al guado non c’è permesso di stare: altro che sovranismo!”

 

Le cose da fare

A conclusione di questo suo saggio apparso oggi su Il Foglio (una scelta abbastanza bizzarra) Zingaretti fissa 5 punti.

  1. Rimmergere il partito nella vita reale. Serve il preciso obiettivo politico di una forma partito nuova, in grado di superare apparati burocratici, pratiche autoreferenziali e correntismo di potere. Che pensi a una vita associativa diversa, stimolante, aperta, che offra opportunità e inclusione anche a chi vuole sentirsi parte del pd e non affiliato al “capo” di turno. Non possiamo vivere i momenti collettivi dell’identità solo nei momenti divisivi delle primarie. E poi, un partito in grado di costruire i luoghi di una partecipazione che decide, anche attraverso permanenti forme di democrazia diretta.
  2. Il lavoro di questo nuovo partito deve recuperare un punto di vista critico. l’apertura massima ad un confronto continuo e di massa sulle scelte programmatiche, tattiche o di governo che via via sono da compiere, deve intrecciarsi con la riaffermazione di il sistema di valori della sinistra e con la sua pragmatica e credibile capacità di risolvere i problemi.
  3. Al centro di tutto si deve collocare la questione europea.
  4. Occorre rifondare un campo perché la crisi riguarda tutti. Non confondere il giusto orgoglio di partito con l’errore dell’arroganza e la presunzione. Non tutto ciò che non è Pd è un avversario. Nei territori e nella società, questo è sempre più evidente che rappresentano una immensa ricchezza della democrazia e possono rappresentare un valore aggiunto importante se coinvolte, nel modo giusto, più direttamente in un campo politico. Bisogna avere l’umiltà di provarci.
  5. Aiutare la crescita di una generazione più colta, consapevole, libera, non solo dentro il partito, è una scelta prioritaria sull’idea di Paese. La drammatica questione del rischio di marginalità giovanile si intreccia sempre di più ad una crisi di senso, esistenziale ed umana che porta molte ragazze e ragazzi ad allontanarsi non solo dalla politica, ma da ogni esperienza di relazione autentica e formativa con gli altri […] Per risollevare le sorti dell’Italia noi abbiamo bisogno dei giovani. Di imparare da loro. Di mettere al centro di un nuovo modello di sviluppo la loro creatività, forza intelligenza e fantasia.

Siamo ancora in un campo abbastanza generico e generale, ma intanto cominciare a definire un terreno di dibattito e di confronto è opportuno e importante. C’è chi ha più tempo per farlo. Dalle nostre parti le scelte sono urgenti.

 

 

 

 

 

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