Ugo Gregoretti: un pezzo del nostro mondo

Lug 08, 19 Ugo Gregoretti: un pezzo del nostro mondo

Ugo Gregoretti l’ho incontrato tante volte, ma non lo conoscevo. L’ho molto ammirato fin da bambino quando vedevo delle sue cose in tv. L’ho spesso paragonato per la sua originalità e per la sua ironia alla forza di Nanni Loy. Ma anche esteticamente uno era cagliaritano e lui, invece, un intellettuale napoletano: se possibile ancora più raffinato ed eclettico. Entrambi, comunque, grandi maestri. Intelligenze moderne che mancano in questo nostro Paese. Orfano.

Gregoretti per me era la RAI come doveva essere e mi ha fatto molto ridere la descrizione che lui fece di un episodio a casa di suo nonno:

Abitavo a casa di mio nonno a Roma, un vecchio signore colto che recitava l’Eneide in latino. Un bel giorno mio padre gli regalò il televisore a 24 pollici e lui fu spodestato da Mike Bongiorno. Le donne di casa non fingevano più di seguirlo, guardavano la tv, a cui il nonno dava le spalle. La sera in cui Nicoletta Orsomando annunciò il mio programma: “Ora va in onda Semaforo di Ugo Gregoretti”, lui, che si chiamava come me, si girò di scatto verso mia nonna: “Maria, qualcuno non crederà per caso che sia io l’autore?”. 

Ugo Gregoretti durante un'intervista, nei locali della Unitelfilm, sulla vicenda della tipografia Apollon.

Aldo Grasso ha di recente dedicato una sua rubrica, A fil di reto, sul Corriere al racconto di un episodio che riguarda il regista scomparso: 

È il 1954, anno di inaugurazione della tv italiana. Pio XII, preoccupato dell’insorgere della modernità, vorrebbe subito metterla nelle mani di un santo protettore. Della ricerca, viene incaricato il dg della Rai, Giovanni Vicentini, che a sua volta affida ai più brillanti funzionari, tutti di buone letture, un più approfondito screening. Il laico Gregoretti suggerisce Santa Chiara, perché in un episodio dei «Fioretti» ha letto che Chiara, ammalata nella sua cella, riuscì a seguire, «come fosse presente», le cerimonie sacre che si tenevano nella chiesa francescana di Assisi dove era allestito il presepe. L’idea piacque alla Segreteria di Stato e il 14 febbraio 1958, Pio XII pronunziò il «breve» (è un documento pontificio meno solenne della bolla) «Clarius explendescit», col quale si elevava Santa Chiara alla custodia della tv. La Chiesa, grazie a Ugo Gregoretti, riconosce dunque al nuovo mezzo un requisito eccezionale: il dono dell’ubiquità, quella miracolosa presenza simultanea di una stessa persona in due o più luoghi diversi. E traspare anche l’idea che la tv sia un presepe, una miniaturizzazione del mondo, una rappresentazione. Non tutti sanno però che Chiara è anche patrona dei vetrai (per via dello schermo?) e delle lavandaie (e questo spiega, con tutto il rispetto per la desueta professione, il dilagare dei talk, delle urla e delle risse).

Ugo Gregoretti ha fatto molte esperienze: in un’intervista a Marino Niola, su la Repubblica, il 19 luglio 2018, racconta del suo lavoro con il mito Totò:

Nel 1964 hai diretto Totò in Le belle famiglie. Che ricordo hai di lui? “Un ricordo gastronomico. Un giorno, durante la pausa pranzo, passeggiavo nei vialetti della casa discografica Rca, dove stavamo girando. A un certo punto vedo un praticabile alto perlomeno ottanta centimetri con sopra un completino da campeggio, dove troneggiava il Principe de Curtis assiso su una poltroncina. Alle sue spalle c’era una governante che gli porgeva delle legumiere fumanti. Io avevo in mano il mio misero cestino. Un po’ mortificato, pensai che mi avrebbe considerato proprio un pezzente. Invece mi chiamò: ‘Dottor Gregoretti, favorite!’. E mi fece sedere sulla piattaforma, praticamente all’altezza delle sue ginocchia. Sai come quei quadri del Rinascimento con le Madonne sopra e i santi sotto. A un certo punto la governante scoperchiò una zuppiera che conteneva dei peperoncini, quelli verdi napoletani. Totò ne infilzò uno e me lo porse dicendo ‘dottor Gregoretti, favorite un puparuolo?’. Mangiai il puparuolo manifestando grande apprezzamento. A quel punto lui si sciolse e mi disse “dottor Gregoretti, diamoci del tu!”».

Recentemente ho visto con altri occhi il guazzabuglio del suo Circolo Pickwick, mi è sembrato ancora moderno (con Gigi Proietti in una prova secondaria, quella del mascalzone Jingle, ma maiuscola – che canta anche la sigla di chiusura, un testo scritto con Ugo Gregoretti che mi ha molto ricordato certe filastrocche di Gianni Rodari). Mi è piaciuta la trovata di essere proprio lui, il regista, a fare il cronista del viaggio in Inghilterra del protagonista (Mario Pisu nella parte di un perfetto Samuel Pickwick) e del suo gruppo di amici, all’inizio di ogni puntata. Come se il regista fosse lì, al fianco dei suoi attori, non con un cameo, ma con una parte strutturata, come un gancio per appendere il suo quadro.

Lo trovate sulle Teche Rai. Una fiction davvero divertente è assai fedele al testo. (Sono preparato perché ho recentemente letto il libro e guardato lo sceneggiato).

https://www.raiplay.it/social/video/2017/11/Il-Circolo-Pickwick—Puntata-1-179bccf0-4a22-4985-af0f-f53bf4b27c09.html?wt_mc=2.www.wzp.raiplay_.

Nel mio ricordo – invece – era molto bella anche la riduzione televisiva del 1977 di “Uova fatali”, un romanzo breve ma assai intenso, precursore della fantascienza scritto da Michail Afanas’evič Bulgakov nel 1925. Quella non sono riuscito a trovarla negli archivi Rai, ho solo riletto il libro: un vero gioiello.

Ma Gregoretti era per me un mito per molte altre cose: per quel suo stile sempre moderato, da signore napoletano, per la sua capacità di tirare fuori battute fulminanti. Per la sua classe. Per la tenacia calma con cui intendeva l’impegno politico. Per il suo amore leggero nei confronti del Partito Comunista Italiano.

Il lavoro che ho amato di più – e che riflette questa sua appartenenza gentile – è una cosa quasi clandestina che si trova all’Aamod (l’Archivio Audiovisivo del movimento operaio e democratico) prodotta dalla Unitelefilm (una casa di produzione che è stata per la storia della sinistra italiana molto di più di quanto è descritto nella pagina di Wikipedia) di Luciano Vanni, si chiama Comunisti Quotidiani e, molto prima de La Cosa di Nanni Moretti, è un documentario che descrive meglio di mille trattati cosa fosse la base del PCI nel 1980: Ugo Gregoretti racconta la vita di due sezioni romane del Pci, una del centro storico e l’altra in periferia, a Cinecittà. Quello che viene fuori è un quadro dell’attività politica non “ufficiale”: al mercato, al consultorio, al lavoro, in famiglia.

Se avete tempo, un po’ di pazienza, e riuscite a pensare all’Italia di quarant’anni fa, questo è un piccolo capolavoro:

Si comincia con un intervento di Adalberto Minucci, uno dei più stretti collaboratori di Berlinguer che spiega la forza della politica del PCI anche nel momento in cui stava fallendo il governo di solidarietà nazionale e: “Il senso drammatico della storia” recente con lo scatenarsi di forze che si sono opposte in tutti i modi all’avvicinarsi al governo del Partito Comunisti. Accanto a lui, non a caso in primo piano c’è un giovanissimo Walter Veltroni, allora segretario della FGCI romana, credo.

Poi – per dire come la politica fosse vita – la scena si trasferisce nello spogliatoio della squadra Rinascita Ponte: per dare l’idea che i giovani impegnati, alla fine degli anni ’70 amassero il calcio: “Ci piace a tutti giocare a pallone!” e Ugo Gregoretti usasse – con una certa discrezione, però – la squadra di calcio come metafora del lavoro nel partito.

Ma questo “Quasi film” è una miniera di cose interessanti:

  • il giustizialismo del PCI che si esprime forte con l’arresto dei due fratelli Caltagirone e con il compagno – che lavora sui treni a lunga percorrenza e che una volta incontrò Pertini – che in piazza, con la sua sedia di legno e il megafono improvvisa uno di quelli che chiamavamo “comizi volanti”. 
  • Spartaco, il bambino di meno di un anno che mangia la sua pappina con sullo sfondo le opere di Palmiro Togliatti, ben visibili sulla libreria.
  • Paolo Spiano, lo storico ufficiale del PCI, che nella riunione di via dei Giubbonari, per festeggiare gli 80 anni di un compagno che non c’è (perchè la mattina si è sentito poco bene”), attacca “Il qualunquismo per cui tutti sono uguali, per cui non vale la pena impegnarsi e si deve solo pensare ai propri interessi particolari: Invece gli anziani ci hanno insegnato a contrapporre la solidarietà all’individualismo. Soldarietà di classe. Solidarietà di popolo. Solidarietà nazionale. Accanto alla solidarietà il senso di civiltà: i comunisti hanno maneggiato bombe, quando era necessario, ma non hanno mai avuto il culto della violenza”.
  • il racconto della deportazione di oltre 400 persone da Roma del 4 gennaio 1944: ne tornarono 18 e uno morì dopo cinque giorni. Molto emozionante.
  • Le immagini della diffusione de l’Unità: la conoscenza del territorio… Con il compagno della sezione che, ritirati i giornali da vendere in strada fa il gesto di chiudere la porta della sezione. “Che fai? chiudi? Poi come fanno i compagni a prendere i giornali?”. “Faccio finta, se ci vedono gli avversari, pensano che è chiuso!”. “… Ma che avversari? a quest’ora dormono tutti…”
  • La riunione con i compagni della FGCI: la discussione per la diffusione dell’Unità. Con i ragazzi che si sforzano di spiegare che i giovani hanno una visione meno totalizzante dell’impegno politico e stanno al bar, ma non sono stravaccati. Uno dice: “Per andare a parlare con i giovani ci vuole una certa esperienza: con il rifiuto della politica si sono stufati di sentire chiacchiere”. La compagna esperta che dice: “Sei tu che deivi annà lì. Tu je devi parlà dell’internazionalismo, della pace, del socialismo…”  E il ragazzo che finge di non essere sconvolto e risponde: “I giovani dentro di loro il sentimento di politica ce l’hanno, anche se sono schifati da una certa politica…” E il sessantenne che risponde: “Tu me stai a fa’ un discorso da Comitato Centrale…” E l’altro giovane: “I nostri coetanei dobbiamo capirli: non hanno altri momenti di felicità se non quelli di stare al bar, o in piedi fuori dalle macchine ad ascoltare un po’ di musica”. Poi il più anziano di tutti centra il punto: “Noi dobbiamo cambiare il sistema paternalistico per parlare con i giovani, altrimenti non andiamo da nessuna parte…”

Nella scena finale del film c’è tutto Ugo Gregoretti: l’incontro con un elettore che aveva votato per il PCI nel 1976. Non lo aveva più votato nel 1979 e alla domanda del regista: “E questa volta, lo voti il PCI”. “Assolutamente no!” e Ugo Gregoretti: “Certo, ognuno è libero…” e lo lascia andare. Poi guardando in camera dice tra sè e sè: “libero…” e insegue il ragazzo, prendendolo sotto braccio e comincia a parlare per convincerlo a votare per il suo (il nostro) Partito.

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