Riflettori e luci di candela

Ago 01, 19 Riflettori e luci di candela

Ormai non riesco a fare a meno dell’appuntamento quotidiano con La Stampa e con il Buongiorno di Mattia Feltri. Avevo letto irei dell’esito delle indagini di una storiaccia di tanti anni fa, dalle parti di Frosinone. Ma non avevo ragionato su cosa ci potesse dire oggi quella storia. E’ così: almeno per me. Ci sono casi di cronaca agghiaccianti che si leggono quando succedono, forse anche per evitare un coinvolgimento emotivo, io tendo ad evitare di approfondire e di andare a cercare i particolari. Per questo del nome di Serena Mollicone avevo un ricordo: era una pagina nera, ma non molto di più.

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Oggi Mattia Feltri, nella sua rubrica quotidiana Buongiorno sulla Stampa, ricostruisce questa vicenda del 2001, perchè l’inchiesta è stata ripresa nel 2008 e in questi giorni si sono definiti, con prove e incriminazioni precise, i contorni di quella storia.


“Sono trascorsi 18 anni dalla morte di Serena Mollicone – scrive il giovane Feltri – tanto quanto durò la sua breve vita. Fu ammazzata la mattina del primo giugno 2001 ad Arce, Frosinone, e secondo la procura di Cassino gli assassini sono l’ex maresciallo della stazione dei carabinieri di Arce, Franco Mottola, sua moglie Anna Maria, suo figlio Marco, con il concorso di un secondo carabiniere e il favoreggiamento di un terzo. Gli inquirenti hanno chiesto il rinvio a giudizio dei cinque e vedremo se il processo ci sarà, come andrà e, in caso di condanna, quale sarà la pena che la corte d’assise riterrà la più giusta”

La ricostruzione della vicenda è questa: “La mattina del primo giugno 2001, Serena va in ospedale a Isola dei Liri per un ortopanoramica, ne esce, in un forno compra pizza e dolci, prende un autobus e raggiunge Arce. Lì la vedono in piazza. Poi scompare. Nella ricostruzione dei pm, Serena entra nella caserma: ha un appuntamento con Marco, il figlio del maresciallo. Forse vuole raccontare al maresciallo dei piccoli traffici di droga di cui sospetta Marco. I ragazzi litigano. Marco spinge Serena che batte la testa contro lo stipite della porta, perde i sensi, sanguina. Arrivano il maresciallo e la moglie Anna Maria (…) Serena respira ancora, ma i tre si fanno prendere dal panico e dalla spietatezza. Le legano mani e piedi, le infilano un sacchetto di cellophane in testa. Serena muore soffocata e viene abbandonata in un bosco”. 

Il padre di Serena, Guglielmo ha già perso per malattia la moglie fa affiggere foto di Serena ovunque. “Un carrozziere di Rocca d’Arce, Carmine Belli, vede la foto e crede di riconoscere una ragazza che aveva incontrato, va dai carabinieri e lo racconta. Sarà il suo disastro”. Intanto si cerca Serena. La trova la Protezione civile in un punto già setacciato dai carabinieri, naturalmente senza successo.

Guglielmo viene prelevato dai carabinieri durante i funerali, in diretta tv. E’ soltanto per i più intempestivi e impietosi adempimenti burocratici. Nessuno lo può immaginare, però, e su Guglielmo si sollevano voci infami. Poi viene arrestato Belli, il carrozziere. Diventa il mostro di Arce. Starà in carcere per 17 mesi. Le sentenze di assoluzione parlano di accanimento”. 
Fino al 2008 non si sa più nulla. 11 anni fa un carabiniere di Arce, Santino Tuzi, decide di “raccontare di aver visto Serena entrare in caserma il giorno della scomparsa. La sera prima di essere sentito in procura, però, Tuzi si ammazza (uno dei carabinieri per cui ora è stato chiesto il processo è accusato di induzione al suicidio). Ma da lì le cose cominciano lentamente a prendere un’altra piega”.


Ora, parliamo di carabinieri in questi giorni, nei giorni in cui molte ombre si concentrano anche sulla reale dinamica dell’omicidio vicebrigadiere Mario Cerciello Rega, pugnalato a Roma da un ragazzo americano.


“La morte di Rega – dice Feltri – è diventata subito una bruciante ed estenuante questione politica. I massimi vertici del governo (perdonate la temeraria espressione) e pure leader delle minoranze hanno chiesto per il ragazzo una pena esemplare, carcere e buttare la chiave, marcire in galera, lavori forzati, pure un abbozzo di proposta di ritorno alla pena di morte. Si è cominciato a discutere delle regole d’ingaggio delle forze dell’ordine, di come renderle più elastiche, cioè più sbrigative (e ad Arce non sarebbe stato l’ideale). Non si parla d’altro da una settimana, con la faciloneria e la brutalità di tempi in cui si crede di risolvere i problemi con un vaffanculo e un colpo di scimitarra. Per fortuna la repellente storia di Arce non ha armato simili tumulti. Per fortuna nessuno ha chiesto il supplizio della ruota e l’esecuzione sulla pira dei carabinieri accusati dell’omicidio di Serena. Per fortuna nessuno ne ha tratto l’occasione per suggerire lo svilimento e il depotenziamento dell’Arma. Nessuno si è impancato da tribuno retto e inflessibile. L’uomo ha un cuore di tenebra da che Caino alzò il braccio per colpire il fratello. E non saranno gli arruffapopolo a mondarlo con un tweet dopo il fritto misto di metà pomeriggio”.


Mattia Feltri è il miglior giornalista di questi anni. Il suo sguardo è un riferimento fondamentale anche in giorni in cui i giornali di carta perdono il 10% di vendite ogni anno. Anzi soprattutto per questo. La luce di una candela, in mezzo ai riflettori della gogna dei massimi vertici del governo (e l’espressione temeraria è perdonata).

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