Arrigo Sacchi: incontrare un mito

Set 24, 19 Arrigo Sacchi: incontrare un mito

Doveva capitare qualche tempo fa, ma alla fine è successo: ho conosciuto Arrigo Sacchi ed è successo in una giornata molto bella per me, per Il Post, credo per chi è venuto a Faenza a incontrarci a Talk: il primo appuntamento della community dei lettori e degli abbonati. L’ho intervistato a proposito del suo libro “La coppa degli immortali. Milan 1989: la leggenda della squadra più forte di tutti i tempi raccontata da chi la inventò”. Un libro, per un ostinato tifoso del Milan come me, bellissimo. Divertente. Commovente. Epico.

Come mai Sacchi ha partecipato ad un appuntamento de Il Post

Perché un’obiettivo del Post è comprendere i cambiamenti, analizzarli e interpretarli. La vittoria della Coppa dei Campioni del 1989 del Milan, a Barcellona fu un inedito, “una prima volta assoluta, come il primo passo sulla luna, e come tale, trent’anni dopo, merita di essere celebrata”.

Sacchi dice: “abbiamo conquistato la nostra prima Coppa dei Campioni nel 1989, l’anno del crollo del Muro di Berlino. Quel Milan ha abbattuto le barriere, ha liberato il gioco dai lacci della tradizione, i difensori sono scappati fuori, tutti hanno cominciato a correre in avanti, abbiamo riempito il campo”.

Anche a Faenza Sacchi ha raccontato che cosa gli disse il gallese Mark Hughes, ex centravanti, ora allenatore:  «Che una squadra come il tuo Milan sia nata in Italia, mi sembra assurdo. Un vero miracolo. Perché se il campo da calcio fosse lungo due chilometri, sappiamo dove trovare gli italiani: là in fondo, negli ultimi venti metri, a difendersi».

Sacchi, arrivato al Milan era considerato un “Signor Nessuno” e anche quando arrivò in finale contro lo Steaua Bucarest, il grande Gianni Brera, non aveva capito con chi avesse a che fare. Alla vigilia della partita: «Il Milan affronterà i maestri del palleggio dell’Est . Dovrà aspettarli e uccellarli in contropiede». Ecco quell’”uccellarli” fa ancora arrabbiare il Mister. C’è una sostanziale differenza tra la tattica e la strategia e noi abbiamo lavorato sempre sulla strategia: in un Paese che ha sempre badato al catenaccio, alla difesa, alla furbizia del contropiede…

Gli episodi riportati dal libro sono tantissimi. Divertenti. Memorabili. Accanto ai pensieri di Sacchi oggi, settantatreenne che guarda al calcio con curiosità, ma certamente molto distante dal coinvolgimento che ha avuto anni fa, nel libro sono pubblicati i diari di quella stagione, i programmi di allenamento, le osservazioni e questi autografi sono davvero un patrimonio di grande interesse. 

A Faenza abbiamo ricordato diversi personaggi che hanno segnato la carriera di Sacchi, a cominciare da Dario Belletti: dirigente del Fusignano, in Seconda categoria, “mio antico insegnante di latino, ex partigiano, bibliotecario, animatore del cineforum, un genio”. Senza Belletti, ancora oggi Sacchi lo dice senza dubbi, non sarebbe esistito lui come allenatore e non si sarebbe vista questa storia.

Un altro episodio è divertente: quando Sacchi fu ingaggiato dal Milan, in estate, per non perdere tempo “mi presentai ai giocatori prima ancora di vederli. Scrissi loro una lettera che conteneva i miei saluti, i miei princìpi fondamentali e alcuni consigli per le vacanze, compreso un programma di lavoro che avrebbero dovuto svolgere prima di presentarsi al raduno. A Vincenzo Pincolini, il preparatore atletico che mi aveva seguito, consigliai: « Togli il 20 per cento dei carichi che facevamo al Parma , altrimenti questi si spaventano subito».” 

Bianchi

Abbiamo parlato di Walter Bianchi e ancora quando parla di lui, dell’importanza di questo ragazzo che ha avuto a Cesena nelle giovanili, poi a Rimini, quindi a Parma, fino al Milan. E’ stato importantissimo per dare l’esempio di serietà, rigore, professionalità, umanità.Bianchi era un terzino e un altro terzino che arrivava dal Parma era Mussi. In quel ruolo giocava già Mauro Tassotti. Sacchi arrivò da lui e gli disse: «Guarda, Mauro, io ho molta fiducia in te ». Il Tasso rispose: «L’ho capito, mister. Altrimenti da Parma non si sarebbe portato due terzini , ma quattro… » 

Ancelotti

Di Carlo Ancelotti al quale “ho assegnato il numero 11 così sembra più veloce… Una volta Maradona mi disse: «Da voi diventa veloce anche Ancelotti» . Precisai : «Non è veloce. Arriva prima»…” Su Ancelotti il Mister ha parlato delle perplessità di Berlusconi sulle condizioni fisiche di quando doveva essere acquistato: alle visite mediche risultava che un ginocchio aveva il 20% in meno di funzionalità. « Mi preoccuperei se il 20 per cento fosse stato alla testa , ma è solo alle gambe . Siamo fortunati. Io ho bisogno di un cervello in mezzo al campo». Per convincere il presidente gli disse: « Se me lo prende, vinco lo scudetto. Sicuro». (E questa fu una tattica, ma non ho avuto la prontezza di controbattere lì per lì). 

Gullit

Tutta la prima stagione del mister al Milan è stata figlia di Gullit. Non era il migliore tecnicamente, anzi, aveva due piedi normali. Quando a Milanello si giocava a calcio – tennis, tutti volevano stare con Lantignotti e pochi con Ruud. “Ma la storia l’ha fatta Gullit non Lantignotti, perché la tecnica di gioco conta molto di più di quella individuale e, nel cuore di una partita, al centro della squadra, i piedi di Ruud diventavano magicamente i migliori, grazie all’intelligenza con cui si muoveva e con cui si connetteva con i compagni, grazie alla perfetta gestione degli spazi e dei tempi”. Gullit ebbe a dire: « Io quando gioco nel Milan mi sento invincibile e non mi interessa se ho davanti l’Avellino, l’Atalanta o il Real Madrid. Io mi diverto, il gioco mi dà gioia e sento di poter vincere sempre. Anzi, io vinco prima ancora che inizi la partita, perché loro ci guardano e capiscono già lì che siamo più forti di loro. 

Rijkaard

Il Milan aveva comprato il terzo straniero e non ci sarebbe più stato spazio per nessun altro. Ma così come Sacchi aveva promesso a Berlusconi, se mi prende Ancelotti vinceremo lo scudetto, così con l’olandese disse al presidente: “ e ingaggia Rijkaard vinciamo la Coppa dei Campioni”. Non senza resistenze Berlusconi alla fine cedette. Rijkaard a centrocampo sarebbe diventato uno dei principali motivi di salute di tutto l’organismo, l’equilibratore perfetto che dettava i tempi e governava gli spazi. “Prezioso nella copertura della difesa e nell’appoggio all’attacco, avrebbe anche segnato gol decisivi. Un giocatore completo, un’enciclopedia”. A lui come a tutti Sacchi sperò quali fossero, a suo parere, gli elementi necessari per il successo: «Occhio, memoria, pazienza e bus de cul». Lo trovò in un corridoio dell’hotel che ripeteva come una filastrocca i nomi dei quattro ingredienti, con l’ultimo in un dialetto romagnolo quantomeno surreale.

Van Basten

Era una persona dal carattere particolare, meteoropatica, un grande giocatore che io non avrei cambiato neppure con il migliore dell’era moderna, Ronaldo il Fenomeno. Con Van Basten ci voleva pazienza, non sempre ne ho avuta. Era un bravo ragazzo e un campione eccezionale dal talento unico. “Quando acquistammo Van Basten, consultai il professor Silvagni, un esperto di astrologia di Fusignano che sapeva leggere il destino dall’ora e dalla data di nascita delle persone. Gli mostrai quelle di Marco, spiegandogli che si trattava di un calciatore, ma senza svelargli chi fosse. Studiò i numeri e diede il responso: « Avrà una carriera breve, piena di infortuni»”.

Il libro è scritto da un interista, ed è l’unica critica che ho da fare. Ma Sacchi ha rivelato che da giovane aveva una simpatia per i nerazzurri, ma col tempo, quella macchia è stata rimossa.

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