10 streetphoto per un concorso internazionale

Ott 18, 17 10 streetphoto per un concorso internazionale

Non lo avevo mai fatto, ma ho deciso di iscrivermi ad un concorso di fotografia nella sezione Streetphoto: Emerging Talent . Lo scopo dell’iniziativa di Lens Culture è trovare i migliori fotografi emergenti del mondo. Insomma un’ambizione minore.. La giuria internazionale selezionerà e darà la possibilità di essere in mostra ai lavori di 50 talenti eccezionali. Non avevo mai pensato di farlo, anche perchè in realtà non mi ero mai imbattuto in una cosa del genere. Dopo Eclettismi, dunque un’altra piccola prova. Ecco le foto che ho inviato:

 

La scelta è stata abbastanza frettolosa e un po’ casuale, se toccate le foto le potete vedere una ad una, anche molto ingrandite e leggere non tanto le motivazioni che mi hanno spinto a sceglierle, quanto il racconto dello scatto (se preferite è anche qui sotto). In effetti, la cosa che mi stupisce sempre è che rivedendo lo scatto torna in mente il momento esatto in cui premevo il pulsante. Si può essere uno smemorato cronico, ma intanto che questa memoria rimane, vuol dire che quello scatto è vivo. Altra cosa è ciò che quell’immagine provoca in chi la guarda.

 

 

  1. Il cielo di Garbatella. Garbatella è un posto da amare. Questa foto è la più recente delle fotografie che ho presentato al concorso: era un meraviglioso sabato pomeriggio di ottobre e le strade di Roma erano fatte di sole e di colore. Il quartiere romano progettato durante il fascismo per farne una zona di porto è diventato nel secondo dopoguerra una zona “rossa”: quartiere operaio caro a Pasolini e, molto più recentemente a Nanni Moretti. Una zona bellissima e calda. Fatta per abitare e per avere rapporti con le persone. In un’angolo di strada ho catturato questo contrasto di colori.
  2. La spiaggia di Tota. C’è un’alta costa a ovest, sul lago vulcanico di Tota, proprio nel cuore della Colombia, che permette di guardare dall’alto una spiaggia bianca, che sembra incollata lì rubando una foto da un album di cartoline caraibiche. Le persone da lontano sono più piccole delle formiche e si muovono lentamente, anche se in realtà stanno correndo. Quel segno di rettangolo è la porta di un campo di calcio soffice e usato da bambini che di tanto in tanto si rifocillano buttandosi nel lago, le cui acque sono fresche anche nei giorni più caldi. In Colombia, se dura la pace, andranno ancora più turisti di quanti già numerosi vanno oggi. Merita certamente, ma non è detto che l’eccesso di traffico possa alla fine risultare sostenibile.
  3. Nel Duomo di Siena. I senesi sono matti… Detto da un imolese ha un chè di fraterno. i giorni del Palio sono un impazzimento generale: tutto è programmato al secondo, ma ogni cosa è frutto di entusiasmi inspiegabili per chi non è contradaiolo. Basta pochissimo però per entrare nel mood, per diventare immediatamente di parte, per essere improvvisamente immerso nel clima da palio. Cose che sembrano noiose e senza senso diventano quindi vive, divertenti… Poi c’è la festa. Irrefrenabile. Folle. Senza età. I vincitori si ritrovano al duomo, un luogo millenario, sontuoso dove entrano tutti urlanti e cantanti dove il “rispetto” per sacro per un’ora non esiste più e lascia posto al profano. La bambina sulle spalle del papà in questa scena quasi apocalittica sembra galleggiare, perplessa.
  4. Nel carcere femminile di Venezia. Le foto assumono un significato diverso anche a seconda del luogo in cui si fanno. Il carcere femminile della Giudecca a Venezia è un luogo meraviglioso. Se una persona venisse catapultato lì, gli parrebbe essere capitato in un paradiso terrestre in mezzo al Lido di Venezia. Invece se si conoscono le storie di queste donne le cose cambiano e sembra di essere in un inferno. Un Orange is the new black, ma dove non c’è nulla di fiction. Qui anche uno scatto banale diventa importante.
  5. Sulla strada di Pechino. Una città con un territorio che si estende su una superficie paragonabile a quella del Lazio dove abitano circa 23 milioni di persone. Cosa si può aggiungere a questi due numeri per spiegare che cosa resta di un viaggio nella capitale della Cina moderna? Qualche immagine, qualche ricordo, qualche sensazione. Questa è una foto mossa, fatta di corsa, ma che rende l’idea di come la megalopoli capitale della Cina sia sempre stretta tra la tradizione e la corsa alla modernità, senza sicurezza, senza rete, senza precauzioni, senza preoccuparsi di come si appare… ma con uno sguardo fisso, determinato, senza dubbi all’obiettivo da raggiungere. Fa paura la Cina. Le sue dimensioni e la sua forza gigantesca già condizionano il mondo. Se non si va a fondo nella conoscenza di questo Paese e del suo Popolo non resterà che la paura. Ma se dovessi indicare in una parola la Cina (e anche questa immagine) direi: MOVIMENTO. Continuo, inesorabile, infinito.
  6. Ciclista a New York. Lola Darling (She’s Gotta Have It) è un film del 1986, scritto, diretto e interpretato da Spike Lee. A me era piaciuto abbastanza, ma soprattutto ero uscito dal cinema pensando di avere visto nascere un talento strepitoso. E’ bello vedere una cosa ed avere la sensazione di essere all’inizio di un percorso fecondo. “Nola Darling (Lola, nella versione italiana) è una giovane artista afroamericana indipendente e disincantata. Lavora nel campo della pubblicità, realizzando dei collage. Nola vive da sola, a Brooklyn, e ha delle relazioni sessuali e sentimentali con tre uomini contemporaneamente”. La geometria dei rapporti sentimentali segna la nostra vita di baby boomers fin da piccoli e quel film aveva la leggerezza che nella realtà difficilmente si può realizzare. Quel film – in sostanza – per me era più importante che bello e andando a New York per la prima volta ero ancora inebriato dall’estetica di quella pellicola. Non mi è sembrato vero trovare un sosia di Spike Lee a Columbus Circle e, ancora oggi, ricordo l’eccitazione di quello scatto.
  7. Sguardo del vecchio yemenita. Mi cito, ma tanto in un blog si scrive quello che si vuole e non c’è un editor che ti corregge. “(…) Chissà quando, il se non mi pare in discussione, si troverà l’algoritmo giusto per leggere le rughe dei volti? Chissà quando quelle pieghe della pelle saranno transcodificate in immagini, in fotografie, in parole. Certo all’inizio ci saranno molti errori come avviene oggi con il traduttore di Google, ma col tempo la tecnologia migliorerà e il selfie (questa orribile parola inserita dal 28 agosto del 2013 nell’Oxford Dictionaries Online) diventerà automaticamente un chip di identità. Oggi possiamo solo navigare con lo sguardo in quei calanchi di pelle e per saper leggere le rughe di un vecchio serve solo un po’ di immaginazione e già così si possono imparare molte cose della nostra vita di oggi. Ecco, ancora, la lezione della storia come elemento imprescindibile per la conoscenza della nostra esistenza attuale (…)”.
  8. Copti con la luce negli occhi. Quanta fulminante voglia di vivere c’è in questo sguardo. Di bambini in giro per il mondo ne ho visti tanti. In Indonesia mi colpì la moltitudine. In Marocco la tenacia. In Cina la capacità di adattamento a condizioni estreme. In Siria la dolcezza. In America Latina il senso del ritmo. Osservazioni banali, ma sensazioni forti. Lo sguardo di questi bambini, che oggi sono giovani fatti, esprime un senso di inquietudine. Una sensazione di timore nei confronti dell’occidentale con una macchina in mano. Ma anche un senso di storia, nonostante l’età. Occhi bambini che hanno visto la durezza della vita. Il quartiere copto del Cairo di quel periodo (era l’estate del 1994) era un posto molto diverso dal resto della città: si aveva la netta sensazione di qualcosa d’altro e il fumo nero delle fornaci disperdeva per l’aria un odore acre, quasi a segnarne i confini. Era – e forse è ancora – un posto pessimo dove vivere.
  9. Quebrada: il tuffo nel vuoto. Quebrada significa “crepaccio” e quando andai a vedere quel posto, nel 1993, avevo ancora in mente le suggestioni di un film di Elvis Presley e ritenevo che sarei arrivato in un luogo esclusivamente da turisti. Invece quel crepaccio è impressionante: quasi 50 metri a picco in un fiordo sull’Oceano Pacifico, accanto ad Acapulco. Pensavo fosse uno scherzo, quel tuffo, o comunque poco più dei giochi dei ragazzi che si tuffavano nel Tevere dai barconi degli anni ’60 di Pasolini o dalle piattaforme dell’Adriatico a Riccione. Invece quei tuffi sono una vera corrida: dove il toro è l’oceano e se lo prendi sotto gamba ti incorna, e ti può uccidere. Quei ragazzi lassù, i clavadistas come li chiamano loro, affidavano la loro preghiera a Nostra Signora di Guadalupe (che acquattata proprio sulla cima della Quebrada, ha una cappella in muratura grigia e una croce più grande). E poi guardano le onde e aspettano quella più alta che copra le rocce, per evitare di andare troppo sotto, nel momento dell’impatto con l’acqua. Sono molto affezionato a questa foto, fatta con la mia vecchia Nikon e con un obiettivo 300, ovviamente manuale. C’è il movimento, ma ci sono anche i peli delle gambe del tuffatore e in quelle condizioni il prodotto ha qualcosa di miracoloso. Un miracolo è anche quello che serve a questi ragazzi per riportare a casa la pelle la sera, dopo quei voli pazzeschi.
  10. Il cinema sull’oceano. Se delle oltre 100 mila foto che ho fatto ne dovessi salvare una, sarebbe questa. Perché è un’immagine viva. Perché in ognuno di quegli occhi che sono come lampadine nel buio, ci sono storie da raccontare. Perché è stato talmente emozionante essere lì quella sera che non lo dimenticherò mai. C’erano tanti bambini che non avevano mai visto un’immagine in movimento, il cinema, e quella scoperta è stata eccitante, generatrice di felicità, di curiosità, di energia. M’Boro sur Mer è un borgo di pescatori un centinaio di chilometri a sud di Dakar, dove non arrivava né energia elettrica, né acqua. La vita comincia all’alba con l’uscita in mare dei pescatori e si concludeva nel buio poco dopo il tramonto. Con Nello e Betti di Cinemovel abbiamo portato un po’ di scompiglio, trasportando il gruppo elettrogeno sul vecchio cavallo Amadou e stendendo un lenzuolo che non voleva stare fermo. La foto coglie un attimo – magari sono solo io a vedere molte più cose di quelle che ci sono realmente – ma trovo che abbia una sua eternità. C’è un altro aspetto poi che me la rende cara: piaceva molto a Ettore Scola.

 

 

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