Parole per Imola: Progettazione partecipata

Apr 17, 18 Parole per Imola: Progettazione partecipata

L’obiettivo delle Parole per Imola era anche quello di approfondire pubblicamente punti del programma per il governo della città. Alcuni degli interlocutori hanno preso molto seriamente in considerazione questa cosa ed hanno proposto riflessioni di grande interesse, partendo da una profonda conoscenza degli argomenti. Purtroppo i partiti del centrosinistra hanno sottovalutato il tema e siamo praticamente arrivati alla scadenza elettorale senza un confronto sui contenuti, più che sui nomi delle persone. Valter Baruzzi ritorna su un tema decisivo della nuova fase della democrazia nei territori per convogliare in progetti la voglia di partecipare delle persone.

 

Dubbi, domande sulla partecipazione e qualche approfondimento.

Dopo la pubblicazione della scheda che descrive i gradi della partecipazione a livello locale sul blog Robe di Cap, mi sono state fatte domande ed espressi dubbi, che mi pare necessario condividere.

Ho accorpato i temi, riportando alcune frasi che hanno un valore riassuntivo:

 – La maggior parte della gente non ha voglia di partecipare, preferisce badare ai fatti suoi e, al massimo, si limita a cliccare un like!

– Con le assemblee non si combina nulla!

– Che ne sa la gente comune di argomenti e questioni complesse che devono essere affrontate da chi ha le competenze necessarie per farlo?

– A parlar con tutti si perde tempo! Oggi bisogna prendere decisioni importanti in fretta.

– Quali sarebbero i vantaggi? Che cosa ci guadagniamo? Chi vince e chi perde? 

– Sindaco e assessori non sono stati votati per governare? I dirigenti non sono pagati per trovare le soluzioni e per fare le proposte migliori? Non sono lì per questo?

– La partecipazione si può fare qualche volta, ma non sempre. Sicuramente non per le cose difficili e importanti.

 Tutte buone domande, che meritano una riflessione ulteriore. Non una risposta, ma una riflessione che, a mio avviso, deve partire dal significato che diamo alla politica e alla dimensione della cittadinanza democratica.

La voglia di partecipare

Sappiamo che oggi non è facile incontrarsi con gli altri per discutere, approfondire questioni, concordare soluzioni che riguardano la città, il territorio, la comunità…

Ci sono altri interessi, altri impegni che ci appassionano e, comunque, se abbiamo del tempo libero desideriamo spenderlo diversamente!

Questo, per la democrazia, potrebbe essere un problema.

E’ un discorso antico, se è vero che quasi due secoli fa Alexis de Tocqueville a proposito della democrazia scrisse: “Una società in cui gli esseri umani si riducono nella condizione di individui «rinchiusi nei loro cuori» è una società in cui pochi vorranno partecipare attivamente all’autogoverno. La maggioranza preferirà starsene a casa e godersi le soddisfazioni della vita privata, almeno fintantoché il governo in carica, qualunque sia, produce i mezzi di queste soddisfazioni, e ne fa una larga distribuzione” (La democrazia in America, 1833) 

Democrazia on-line ed esperienze faccia a faccia

Quanto alle tecnologie digitali, pensiamo che siano indispensabili per approfondire i temi, diffondere informazioni e documenti, ampliare il dialogo… ma che non possano sostituire adeguatamente la discussione faccia a faccia, dove le opinioni evolvono e mutano a contatto con gli argomenti degli altri e dove le persone si influenzano reciprocamente nell’ambito della discussione. Accade così che alcune idee si rafforzino e altre si abbandonino, ma accade, solitamente, che prendano forma anche nuove idee. Questo è possibile non solo a livello locale, ma è indubbio che la dimensione territoriale comunale facilita la conoscenza dei problemi e consente vicinanza fra cittadini e amministratori.

Del resto, e pensiamo anche a ragazzi e giovani, dove si può sperimentare in prima persona ed imparare a esercitare la cittadinanza democratica, se non nel quartiere e nella città dove abiti? Dove si apprende, con quali esperienze si alimenta la passione per il bene comune e la vita politica? In famiglia? In parte può accadere, soprattutto per l’abitudine a dialogare e per la possibilità di condividere la memoria e i valori democratici. A scuola? Il ruolo che la scuola può esercitare è grande, soprattutto nel formare giovani capaci di ragionare criticamente, interessati al bene comune, dotati degli strumenti culturali e delle conoscenze necessarie ad esercitare il loro ruolo di cittadini democratici. Se anche ciò accadesse al meglio, tuttavia, non sarebbe sufficiente: è infatti l’esperienza diretta a contatto con i problemi della comunità e la difficoltà di scegliere fra le alternative possibili, tenendo conto della loro fattibilità, valutandone i pro e i contro… è questa immersione nella vita politica e amministrativa che rende le persone consapevoli della posta in gioco, dei loro diritti e di come sia possibile rispettare quelli degli altri, anche quando gli interessi sono divergenti.

Non solo assemblee

Condividiamo l’opinione di chi esprime dubbi sulle assemblee. Certamente sono necessari anche alcuni momenti assembleari, con ordini del giorno precisi e trattati con rigore metodologico: per decidere insieme le regole di un processo partecipato, per fare il punto sullo stato dei lavori e condividere le proposte emerse, ad esempio. Ma un processo partecipato cresce e si sviluppa attraverso il lavoro di gruppo e l’uso di varie tecniche (brainstorming, analisi di casi, inchieste, sopraluoghi e “passeggiate di quartiere”, costruzione di scenari e mappe di territorio, dialogo con esperti e altro) e si può avvalere oggi dello scambio di documenti, dell’indispensabile approfondimento on line e della diffusione delle informazioni che consente di allargare la platea dei cittadini informati, attenti agli esiti del lavoro e ai suoi effetti sul piano delle scelte politico-amministrative.

La discussione, il confronto e l’approfondimento aiutano tutti a capire meglio la posta in gioco, evitando che, in caso di sondaggio on line molte persone spingano i tasti dei loro dispositivi elettronici senza essere sufficientemente informati sulle alternative possibili, sui loro effetti, sui pro e sui contro.

Che cos’è la progettazione partecipata

La progettazione partecipata raggruppa un insieme di pratiche e di tecniche che vengono proposte nell’ambito di workshop e attività di laboratorio, dove – è bene chiarirlo subito – il dialogo non prende avvio dalle proposte di soluzioni ai problemi, confondendo obiettivi e tecniche e confermando ciò che tutti già pensano di sapere, ma da una riflessione, che a ciascun partecipante viene richiesta, sulle concrete esperienze della loro vita quotidiana.

I partecipanti ad un laboratorio, adulti e ragazzi, non rappresentano altre platee di individui, non sono soggetti collettivi ad un tavolo di concertazione.

Non partecipano ad una seduta meramente informativa sebbene ricevano informazioni,

esprimono pareri, sebbene non siano stati convocati solo per essere consultati.

Essi affrontano le tematiche poste all’ordine del giorno lavorando di volta in volta da soli, in gruppo o in assemblea, evidenziano criticità e aspetti positivi, esprimono idee e punti di vista facendo ricorso all’esperienza personale diretta di conoscitori del territorio che abitano, confrontandosi con altre persone, producendo schemi di sintesi e posizionando sulle mappe della città gli elementi raccolti, incrementando le conoscenze tramite sopralluoghi, interviste ad altri cittadini che non partecipano ai laboratori, dialogando con tecnici ed esperti. Arricchiscono con ciò il loro punto di vista, incrementando conoscenze e ampliando il loro orizzonte, tanto da immaginare che le cose possano andare in modo diverso, talvolta anche radicalmente diverso, da come vanno.

Partecipando si impara a partecipare!

Le persone che vivono un’esperienza di progettazione partecipata sviluppano dialogo e confronto, elaborano argomenti e approfondimenti sul senso dell’abitare e certo giungono anche ad esprimere esigenze e a individuare criteri di qualità della vita, ad immaginare insieme e a esplicitare una possibile diversa realtà desiderata e i cambiamenti necessari per realizzarla: ma questi aspetti vengono posti in relazione fra loro e con le molteplici prospettive in gioco, ricercando un terreno comune dove gli interessi particolari possano convivere con la dimensione pubblica del progetto.

Ciascun partecipante si attiva profondamente sul piano personale, porta la propria visione soggettiva e la propria esperienza personale e, mentre costruisce un oggetto di lavoro insieme agli altri partecipanti, condivide obiettivi e metodi, si propone di raggiungere insieme agli altri risultati, che ciascuno sente un po’ anche propri, lungo un percorso in cui ciascuno riceve, dà e apprende, attraverso processi che portano anche a ridefinire e a produrre identità, che portano pian piano a pensare che tanti piccoli cambiamenti possano produrre un grande cambiamento.

Le persone che vivono un’esperienza del genere ne escono un po’ cambiate nei modelli culturali e d’azione, sentono che il rapporto con gli altri è stato positivo e produttivo, hanno costruito in modo cooperativo qualcosa di diverso da quanto previsto, che nessuno avrebbe potuto produrre da solo. Percepiscono che sono state parte di un gruppo di lavoro, dove hanno svolto una funzione importante, hanno lasciato una traccia che è stata accolta, sebbene, per contro, abbiano dovuto rinunciare a qualcosa per agevolare la costruzione comune.

La partecipazione, così intesa, ha una valenza formativa per ragazzi e adulti, si connette inestricabilmente anche ad una riflessione sulle forme della democrazia, sui processi decisionali e sulla distribuzione/gestione del potere e si configura come esperienza in grado di fornire elementi di riflessioni sulla crisi delle forme tradizionali di rappresentanza politica e sulla capacità di innovare l’azione amministrativa.

Il gioco dei ruoli, chi vince e chi perde!

La progettazione partecipata può essere immaginata come un processo di dialogo e apprendimento reciproco, dove i tecnici progettisti vengono posti in condizione di integrare i dati disponibili e quelli raccolti attraverso le loro analisi preliminari coi saperi soggettivi degli abitanti (ivi compresi bambini e ragazzi), esperti della loro vita quotidiana e del territorio in cui vivono, in grado di esprimere importanti e legittime esigenze, che possono sfuggire all’occhio del tecnico-progettista attento agli indirizzi di carattere generale, alle esigenze economiche e alle dimensioni architettoniche e urbanistiche del suo progetto.

I cittadini coinvolti, muovendo dalle loro esperienze, hanno la possibilità di riflettere su temi che li toccano “oltre il loro cortile”, su problematiche che riguardano la comunità locale e i loro percorsi di vita quotidiana, sulla dimensione ambientale, sulle risorse e sui problemi del loro territorio. Sono sollecitati ad immaginare un futuro desiderato e incontrano opinioni differenti correlabili al genere, all’età, al livello socioculturale, ma anche a interessi economici specifici; sono accompagnati ad esplorare le ragioni di divergenze e possibili conflitti e aiutati ad ampliare i confini del loro immaginario, superando alcuni comprensibili stereotipi; sono posti a contatto con i vincoli e i limiti del progetto (economici, legislativi, ambientali…).

In buona sostanza, hanno la possibilità di valutare la fattibilità delle loro proposte, elaborando già lungo il percorso il lutto per qualche idea amata da abbandonare, avendo tuttavia la soddisfazione di veder crescere il progetto anche attraverso il loro contributo.

Ragazzi e adulti così coinvolti, se adeguatamente sostenuti, possono divenire diffusori di informazione e promotori di azioni di sensibilizzazione nei loro ambiti di vita e nel corso di occasioni comunicative appositamente organizzate nelle scuole, nei centri sociali, nelle sedi dei quartieri, nelle piazze…

La partecipazione non è un gioco a somma zero, dove “ciò che guadagnano alcuni viene perso da altri”. Così realizzata, aiuta i cittadini a comprendere il senso dei cambiamenti, che in parte essi stessi contribuiscono direttamente a orientare; non toglie nulla ai tecnici che, anzi, hanno più riferimenti utili al loro lavoro e la possibilità di meglio centrare il loro progetto anche sulle esigenze sociali del territorio in cui operano; pone gli amministratori pubblici nella condizione migliore per fare le loro scelte, che saranno più chiare e  comprensibili anche per chi non le condivide del tutto o in parte.

Su queste basi non ci sono limiti di scala per i temi oggetto della partecipazione.

Certo, grandi temi richiedono un dispositivo impegnativo, non sempre e non su tutto si potrà sostare per un approfondimento, ma sono proprio i grandi temi quelli che orientano la vita di una comunità e presuppongono un confronto politicamente rilevante. Anche le linee di indirizzo e le strategie di un’Amministrazione comunale possono divenire oggetto di riflessione ed essere condivise con i cittadini, con modalità diverse dalla semplice informazione riguardante scelte già fatte o la loro ratifica.

La partecipazione fa perdere tempo?

Ribalterei la domanda: quanto tempo si perde quando le comunità si ribellano a decisioni che le riguardano,  prese senza informarle e coinvolgerle in una riflessione necessaria a capire, valutare le alternative, studiare forme di intervento in grado di garantire i vantaggi riducendo gli effetti negativi degli interventi, ecc.?

Molto tempo! Al tempo speso si aggiungano poi le conseguenze in termini di imbarbarimento delle relazioni, perdita di fiducia e tutto ciò che ben conosciamo.

E dunque, quanto tempo serve per realizzare un processo partecipato?

Fra le molte esaminiamo tre ipotesi.

  1. Esaminiamo il caso di un’Amministrazione comunale contrapposta a gruppi di cittadini competenti , ben organizzati e agguerriti. L’amministrazione che ha già preso decisioni e avviato lavori sospende tutto e apre un percorso di “dialogo”.

Che si può dire? Auguri e vinca il migliore!

Questo è proprio quello che si deve evitare. I tempi che si allungano non sono dovuti in questo caso alle esigenze della partecipazione, ma all’insipienza degli amministratori.

  1. Consideriamo ora un processo decisionale avviato, ma non concluso. Avendo sentore che potrebbe nascere un conflitto o che potrebbe esacerbarsi il conflitto già presente, prima di procedere l’amministrazione pone il progetto in stand-by e avvia un leale percorso di partecipazione.

Questo caso è ben esemplificato dal paralizzante conflitto che impediva al Comune di Bologna di procedere nel Progetto ex-Mercato della Bolognina. Il progetto non condiviso è stato modificato (e le modifiche sono state accolte dal Consiglio Comunale di Bologna), dopo un iter originale di partecipazione che è raccontato nel volume  “Il Mercato: una storia di rigenerazione urbana a Bologna”,  a cura di Giovanni Ginocchini e Cristina Tartari, Edisai, 2007, al quale rimando per approfondimenti.

Il Laboratorio Mercato, avviato nel gennaio 2005 si è concluso nel maggio seguente. Durante e a seguito della prima assemblea di lancio del laboratorio, si sono iscritti oltre cento cittadini, decine di tecnici, tre commissioni del Quartiere Navile e quindici associazioni, locali e cittadine.  Nel gruppo delle associazioni locali c’erano  comitati dei cittadini della zona,  gruppi parrocchiali, sindacati, cooperative, un centro ricreativo per anziani, alcuni gruppi sportivi e un centro sociale culturale autogestito. Le adesioni comprendevano anche il Collegio costruttori edili della Provincia di Bologna.

La domanda  corretta a questo proposito dovrebbe essere: quanto tempo si è risparmiato con il Laboratorio Mercato?                              

  1. Nel terzo caso consideriamo un’Amministrazione che mette le carte in tavola prima di prendere una decisione importante che riguarda un servizio o un’opera pubblica, al cui riguardo è facile prevedere che ci siano o ci possano essere sensibilità, opinioni e interessi diversi e contrastanti. In questo caso il processo partecipato è inserito nel percorso di analisi preliminare necessaria a raccogliere tutti gli elementi che consentono poi di prendere una decisione ponderata.

La partecipazione è quindi spalmata lungo l’itinerario che porta alla decisione finale e, se l’iter è ben programmato e il laboratorio partecipato è ben gestito, i tempi non si allungano.

In conclusione vale forse la pena di ricordare che la democrazia un po’ di tempo lo richiede.

Quando gli amministratori sono competenti e i cittadini interessati al bene pubblico non ci si perde tuttavia in lungaggini, ma il tempo per pensare, prima di decidere, suggerirei di spenderlo, sempre, in qualsiasi occasione.

Pensare insieme è la democrazia.

Altrimenti, se proprio si vuole decidere tutto e subito, allora suggerisco di non perdere tempo con lunghe tragicommedie, bastano un mascellone o un baffone in versione contemporanea, e quindi imbonitore e un po’ telematico.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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3 Comments

  1. Alberto /

    L’ho letto tutto. Ma è sempre la stessa storia. Si pontifica su ineccepibili banalità e grandi verità sostanza zero.

  2. Alberto ha ragione. Non parlo né di strategie, né di programmi, né di candidati. Nei due interventi sulla partecipazione mi sono limitato a riflessioni di metodo e a sgombrare il campo da qualche possibile equivoco, sulla base della mia esperienza.
    Sono tuttavia convinto che il modo con cui si fanno le cose, il metodo, a volte sia sostanza.
    Aggiungo infine che trovo incoraggiante che le cose che ho scritto siano tanto condivise da risultare banali: questo è un buon punto di partenza: se vogliamo passiamo alla sostanza in modo partecipato, io ci sto.

  3. Trovo particolarmente innovativo il progetto della PARTECIPAZIONE DEI CITTADINI DI IMOLA che non sono mai stati chiamati a dire come la pensavano su quello che stava accadendo e sul futuro di Imola. Unica vera eccezione il comitato RAB (Residential Advisory Board – Consiglio Consultivo della Comunità Locale) che si organizzò per la nuova centrale di cogenerazione. E’ auspicabile che qualunque sia la nuova Amministrazione Comunale rompa con il passato dove pochi decidevano su Imola.

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