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Un adolescente si trova su un muro su Venice Beach a Los Angeles , California, 21 luglio, 2010

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Il Gianni Letta Squalo

Goffredo bettini, Gianni Letta, Francesco Gaetano Caltagirone e Raffaele Ranucci 18 novembre 2007

In realtà il personaggio che lo ha voluto (il Ciarra) in lista a tutti i costi, visto che Gianfranco Fini ha smentito la paternità della scelta come pure mezza Forza Italia, è stato niente poco di meno che il gran visir del Cavaliere, Gianni Letta. «E’ una cosa che dobbiamo fare», si è limitato a dire dall’alto della sua influenza alla commissione del partito che ha lavorato sulle liste. 
(La Stampa)

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Il retroscena di Minzolini ci offre un'immagine di Gianni Letta molto meno ovattata di quella che siamo abituati a leggere...  



http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/politica/200803articoli/30918girata.asp

Nel clan azzurro: quando ci attaccava
era un perfetto democratico
AUGUSTO MINZOLINI
ROMA
Sul nume tutelare che ha imposto nelle liste della Pdl il nome di Giuseppe Ciarrapico e sui motivi di questa scelta ieri se ne sono dette tante. Si è parlato di Cesare Previti, già parlamentare e ministro di Forza Italia e avvocato fidato di Silvio Berlusconi. Mentre tra le congetture la più gettonata è stata quella che inquadra la candidatura del Ciarra, fascista non pentito che negli anni si è ritrovato alla corte di Andreotti con una grande passione per i giornali e le acque minerali, come un’operazione «anti-Storace». In realtà il personaggio che lo ha voluto in lista a tutti i costi, visto che Gianfranco Fini ha smentito la paternità della scelta come pure mezza Forza Italia, è stato niente poco di meno che il gran visir del Cavaliere, Gianni Letta. «E’ una cosa che dobbiamo fare», si è limitato a dire dall’alto della sua influenza alla commissione del partito che ha lavorato sulle liste. E così è stato. Né le dichiarazioni imprudenti sul fascismo (l’uomo ombra di Berlusconi ha fatto una lavata di testa al candidato), né le magagne che il «Ciarra» si porta appresso (l’ultima è del 31 gennaio con l’Agenzia delle entrate che lo ha iscritto a ruolo per un’evasione di un milione e mezzo di euro di imposte personali) gli hanno fatto cambiare idea o sorgere qualche dubbio sull’opportunità. Ma in fondo Letta qualche ragione ce l’ha. Ricorda con una punta d’ironia Mario Valducci, uno dei maghi del marketing politico del Cavaliere: «Negli anni in cui andava a braccetto con il principe Caracciolo e i suoi quotidiani in Ciociaria attaccavano il centro-destra, per Veltroni e i suoi Ciarrapico era un perfetto democratico. Ora che è venuto con noi è tornato fascista».

Cose che avvengono in questa strana campagna elettorale in cui può succedere di tutto. C’è chi come Ciarrapico è stato imposto dentro le liste da Letta e chi come l’ex presidente della Confindustria, Antonio D’Amato, rifiuta la candidatura quando, in realtà, è stato rifiutato. Sempre da Letta. Già, perché D’Amato ha dichiarato ai quattro venti di aver detto «no» al Pdl per questioni programmatiche, ma dalle parti del Cavaliere viene offerta un’altra versione: che alla fine chi ci ha ripensato non è stato l’industriale napoletano ma proprio Berlusconi che si è fatto due conti e ha capito che non valeva la pena di ingaggiare uno scontro mortale con Confindustria. Dall’attuale stato maggiore dell’associazione degli industriali, infatti, è arrivato recapitato al solito Letta un veto preciso sul nome di D’Amato: la sua candidatura sarebbe stata interpretata come una dichiarazione di guerra. Di fronte a queste controindicazioni, Berlusconi, spinto dal suo gran visir, si è stufato di andare dietro ad un candidato che da giorni la faceva difficile.

Appunto, la campagna elettorale è costellata di mezze verità. Un’altra riguarda il ritiro dalla politica di Romano Prodi. Qualche ingenuo ha scritto che la scelta del Professore poteva essere interpretata come un attacco al leader del Pd. Invece, è stato l’esatto contrario. Di sicuro Berlusconi e i suoi consiglieri la considerano un aiuto al centro-sinistra. La campagna elettorale del Cavaliere, infatti, è tutta impostata sul Leitmotiv: dietro a Veltroni e al Pd c’è l’ombra di Prodi. Con il suo annuncio l’attuale premier ha tentato di non essere più un «handicap» per i suoi. «Si è tolto di mezzo - ha spiegato ai suoi il Cavaliere - per alleggerire della sua zavorra Veltroni. Noi comunque continueremo a ricordare che è ancora a Palazzo Chigi». Del resto, sembrerà paradossale, il «ritiro dalla politica» era la mossa più politica che il Professore aveva a disposizione: il suo è un gesto nobile che lo colloca al di fuori della bagarre e con il quale acquisisce riconoscenza. Per il futuro si vedrà? A stare appresso alle dichiarazioni del passato a quest’ora Veltroni doveva avere in tasca un biglietto per l’Africa da un pezzo. Pochi glielo hanno rammentato. Se un giorno il Professore dovesse tornare in un modo o nell’altro in politica saranno sempre quei pochi a rinfacciargli il ritiro di oggi.

Del resto in campagna elettorale tutto è permesso. Basta un candidato sbagliato per scendere nei sondaggi e una battuta ad effetto per risalire anche se tutti gli studi dimostrano che la gente è stufa, che del 25% di indecisi il 18% ha già deciso di disertare le urne. E da una settimana all’altra le tendenze cambiano, segno della confusione che regna nell’elettorato. Certo la differenza tra la coalizione che sostiene Berlusconi e quella di Veltroni si aggira sempre tra il 9-10% (il 9,4% per l’esattezza secondo i sondaggi del Cavaliere). Solo che il Pd, sempre nei dati che sono sulla scrivania del leader del centro-destra, ha recuperato la flessione della scorsa settimana (è salito di un punto e adesso è al 33,5%) riprendendo quello che aveva perso nei confronti di Casini (la costituente di centro è tornata al 5,1%) e rosicchiando ancora qualcosa alla sinistra di Bertinotti (la sinistra è scesa al 6,8%). Alla Camera il Pdl (ora al 39,6%) ha perso invece un mezzo punto a favore della Lega. Mentre al Senato i due maggiori partiti - grazie al voto disgiunto - hanno percentuali superiori: il Pdl ha il 41,4% mentre il Pd il 34%. Visto che nell’opinione pubblica ormai si è fatta avanti la convinzione che questa è la battaglia decisiva, nelle intenzioni di voto per Palazzo Madama si accentua il processo di polarizzazione verso i grandi. Naturalmente questi alti e bassi rendono ancora più difficile prevedere cosa succederà al Senato: il Cavaliere è sicuro di strappare una buona maggioranza («almeno quindici senatori»); Veltroni è tornato a sperare («non so se riusciremo a pareggiare al Senato, ma ormai un buon risultato, un 35-36%, è a portata di mano»). Entrambi, quindi, sono convinti di farcela. Motivo? L’ottimismo è d’obbligo in campagna elettorale.



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