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Un adolescente si trova su un muro su Venice Beach a Los Angeles , California, 21 luglio, 2010

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Babele
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La Strada dei Fiori di Miral
http://www.popolis.it/Dettaglio.asp?EPID=92!106!92!0!42839!

di Flipper
Con penna fluida ed efficace Rula Jebreal, bella giornalista di La7 , che vive a Roma con una figlia di nome Miral, narra la questione arabo palestinese in un romanzo tanto dolce quanto duro, tanto realistico quanto aperto alla speranza che un giorno nasceranno “due stati per due popoli” e solo allora la parola Pace avrà senso e stabilità in una terra come Gerusalemme “avvolta da una cortina di instabilità, costruita al centro di tutto, fra Europa ed Africa, fra l’Occidente e l’Oriente, tra il mare e il deserto”.

La voce predominante che si alza dalle pagine del romanzo è una voce femminile o meglio un coro di voci femminili: voci di donne ora forti e coraggiose, ora ferite e sottomesse, ma che nella sottomissione più umile ed umiliante sono convinte di portare avanti la lotta per il loro popolo.
Donne esemplari, tenaci e fedeli a se stesse come Hind, Nadia, Fatima, Miral o Lisa: non importa se palestinesi o ebree , ma semplicemente donne ferme, convinte della lotta per un mondo più giusto e pacifico in cui non sia più strano per i loro ragazzi “ pensare che esistano loro coetanei che non hanno mai visto da vicino un carro armato”.

Il romanzo prende avvio dalla fine, dalla morte cioè di Hind, una donna per la quale “la parola privilegio aveva un unico significato, quello di trovarsi nella condizione di poter aiutare gli altri”.
Lei , palestinese agiata, aveva deciso di non lasciare il suo paese come facevano molti altri benestanti, ma di rimanere e far qualcosa per la sua gente. Aveva così fondato , all’inizio quasi in sordina, un collegio grazie al quale seguire l’educazione e la crescita di molte giovani, ne era convinta:” il riscatto della sua gente sarebbe dipeso dall’emancipazione culturale dei giovani”.
E questo era quanto ripeteva in continuazione alle ragazze che negli anni passarono tra le mura di Dar El Tifel, e lo ripeteva sempre più decisa ai politici di Gerusalemme quando chiedeva loro di finanziare il suo progetto educativo. “Saranno loro a costruire la nostra futura Palestina” amava ripetere.

E sarà proprio Miral, il cui nome ricorda un fiore che si schiude nel deserto dopo la pioggia, a incarnare nel senso più vero e profondo la correttezza di quel credo.
Miral era una delle studentesse preferite di Hind: “ occhi svegli, accesi da una intelligenza non comune, sguardo carico di orgoglio”.
Hind si rivede molto in Miral ed in lei riconosce uno dei migliori risultati raggiunti dal suo collegio, “un’autentica e concreta speranza per il futuro della Palestina”.

Hind e Miral : due modi diversi di partecipare alla lotta per il loro popolo e per la creazione di un nuovo e libero stato della Palestina.
La prima apparentemente fuori da questioni politiche, dalle manifestazioni e dagli schieramenti, ha in cuor suo un solo desiderio: aiutare chiunque ne abbia bisogno, creare giovani “reclute” emancipate e libere sulle cui spalle e nel cui cuore far crescere una nuova era.
Miral, focosa ed impulsiva come solo una giovane militante sa esserlo, fa di ogni giorno , di ogni suo gesto un passo verso la libertà del suo popolo e l’affermazione della giustizia.

Nelle pagine che scorrono via veloci ed appassionanti si trovano però anche pagine di una inenarrabile atrocità che non sanno di espediente perverso per attirare l’attenzione del lettore, ma di palpitanti e veri momenti di vita quotidiana che narrano di un popolo, della sua cultura, delle sue lotte che spesso sono lotte di sopravvivenza e non solo fisica.

Sono pagine ricche di amore, passioni politiche ed umane, di amicizie che spesso nascono contro ogni regole ed apparente logica.
E’ il caso di Fatima e Nadia: “ la loro diversità fu il collante di una singolare amicizia” nata in prigione .

I personaggi femminili che passano più o meno veloci tra le pagine hanno tutte uno spessore umano che va oltre il ruolo da loro svolto nell’economia del racconto; è uno spessore umano che si valuta pesando ogni loro pensiero, ogni loro dolore, ogni loro paura.

Tra donne di tanto spessore il mondo maschile che emerge è sicuramente oscurato, ma ciò nonostante spiccano due figure diverse tra di loro ma ugualmente eroiche , complete, vincenti anche nella loro morte. Jamal è il padre di Miral e randa o meglio padre adottivo della prima e naturale della seconda, ma la diversa paternità non è mai stata per lui motivo di diverso amore o di discriminazioni tra le due figlie che si trovò da solo ad allevare.

Jamal è saggio, pacato nei modi quanto profondo nei sentimenti ; è dolce, ma deciso soprattutto quando si tratta dell’educazione delle sue figlie. “ Dovete studiare e imparare più cose possibili, solo così sarete libere” ripeteva loro con dolce fermezza.
E rimarrà dolcemente fermo anche quando nel suo letto di morte , di una morte da lui accettata serenamente nonostante lo strazio dell’addio , continuerà a parlare alle sue figlie dando loro consigli , facendo raccomandazioni, raccontando “ quanti più episodi possibili della loro infanzia, di quando c’era la madre. Voleva trasmettere loro la sua memoria”.

Poi c’è Khaldun, poco più di un ragazzino, cresciuto nel campo profughi, che rinuncia ad una borsa di studi a Damasco per non tradire il suo popolo e per continuare a lottare per la sua liberazione, nel suo breve futuro non ci saranno aule scolastiche, ma campi di addestramento dove imparare a diventare bravi soldati.
“Non voglio diventare un eroe, mi basta essere un soldato per un paese che nonn esiste, ma che è il mio “ scriverà poco più di un mese prima di morire da eroe non ancora diciottenne.

Ma se la morte apre e chiude il romanzo, il messaggio che trasuda da queste pagine è il messaggio di speranza vera e combattiva:”Nulla è deciso, però nulla è per caso. Sei tu l’artefice del tuo futuro”.


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http://www.lastampa.it/_web/_RUBRICHE/Libri/articolo/articolo041114.asp

IL ROMANZO DELLA GIORNALISTA RULA JEBREAL
Visioni di donne dalla Palestina
di Francesca Paci

14 novembre 2004

La Palestina non compare su nessun atlante geografico ma si estende, definita come uno Stato reale, nelle mappe mentali dei palestinesi, quelli che vivono in Cisgiordania e nella striscia di Gaza e gli esuli della diaspora. Nomi di villaggi scomparsi e tramandati oralmente, costumi tradizionali da museo etnografico, volti e paesaggi spesso poco più nitidi di un ricordo infantile. Evocazioni, come le protagoniste di Rula Jebreal, la bella conduttrice del telegiornale della 7 che ha raccontato le sue origini e l’infanzia a Haifa, in Israele, in un romanzo appena pubblicato da Rizzoli, La strada dei fiori di Miral.

Dall’attualità alla memoria. La giornalista Jebral rendiconta ogni giorno le cronache dal Medio Oriente, dove la violenza è routine e l’appuntamento con la pace tarda da un secolo. Eppure, con gli occhi della fantasia, la palestinese Jebreal vede una terra capace ancora di produrre storie d’amore, amicizia, solidarietà, una Gerusalemme liberata dal destino bellicoso, «con le sue pietre ancora bianchissime nonostante fossero state imbrattate di sangue innumerevoli volte nel corso dei secoli».

La strada dei fiori di Miral comincia nel 1948 con la nascita dello Stato d’Israele, la nakba secondo gli arabi, che con questa parola descrivono la «catastrofe» seguita a quell’evento, e attraversa il ‘900 tracciando, contromano rispetto al conflitto permanente, un percorso di speranza.

Miral è il nome di un fiore del deserto ma anche quello di una giovane palestinese che vive in Israele e viene accolta nel collegio-orfanotrofio Dar Al Tifel fondato da Hind Husseini, una fanciulla di straordinario coraggio appartenente a una delle maggiori famiglie arabe di Gerusalemme. Nella giovane vita della protagonista confluiscono i destini di tante donne infelici. La mamma Nadia, adolescente ribelle morta in circostanze misteriose. La zia paterna, responsabile di un grave attentato a causa del quale Miral deve cambiare cognome.
Fatima, la prima palestinese a piazzare un ordigno in un cinema frequentato da soldati israeliani, che paga con l’ergastolo l’illusione di porre fine all’odio con l’odio. La compagna di classe Amal costretta ad abortire dopo che il suo ragazzo è rimasto ucciso durante uno scontro tra civili e militari a Ramallah. La sorella Randa che in silenzio segue da vicino il suo debutto nel teatro della prima Intifada. La stessa Hind, dolcissima ma ferma madre adottiva che prende Miral per mano e l’allontana dalla tentazione dell’estremismo politico.

La storia si apre con i funerali di Hind Husseini e sfuma sulle note del suo corteo funebre. La scomparsa della maestra, che insegnava alle studentesse come «il vero leader è colui che lascia eredi», riporta Miral alla realtà. Tante volte, nelle visite da volontaria nei campi profughi palestinesi, Miral aveva ripetuto, citando Hind, che la rabbia non avrebbe portato alla vittoria: «Siamo nati nel posto sbagliato nel momento sbagliato, ma non dobbiamo rinunciare a farci una vita, conquistandola ogni giorno, con fatica e sacrifici. Un popolo che non riesce a vedere un futuro per sé e per i suoi figli ha perso in partenza». Eppure, poi, adolescente appassionata, si era lasciata dominare dall’istintiva reazione alle ingiustizie, aveva lanciato pietre contro i tank israeliani, aveva incitato le compagne di collegio alla rivolta. Alla morte di Hind, la ragazza decide di continuare a combattere lasciando il paese: andrà a studiare in Europa in compagnia dell’amica Lisa, la nuova fidanzata israeliana di suo cugino Samer con cui ha maturato l’insofferenza comune per un destino che le divide nonostante siano tanto simili.

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All'alba del 14 novembre 1994 i quartieri arabi di Gerusalemme furono scossi da un fremito. La notizia della morte di Hind Husseini si diffuse di casa in casa ancor prima che Radio Gerusalemme la trasmettesse. Quella mattina, il crepitio che di solito annunciava i preparativi dei suq nelle viuzze e nei vicoli della Città Vecchia si spostò lungo via Salah Al Din in attesa del corteo funebre. Molti commercianti avevano tenuto le saracinesche abbassate e se ne stavano a braccia conserte davanti ai propri negozi. Le animate contrattazioni per l'acquisto dei prodotti furono interrotte non appena si seppe che la bara stava uscendo dal collegio Dar Al Tifel.
Quel luogo, adagiato ai piedi del Monte degli Ulivi, di fronte alla Città Vecchia, era stato tutta la sua vita. Sin dal 1948, l'anno della sua fondazione, per la popolazione cittadina era diventato un simbolo, una delle speranze per il presente e per il futuro della Palestina.
Alle finestre delle case dei quartieri arabi pendevano bandiere palestinesi, e chi non era sceso in strada gettava manciate di sale, riso o fiori dai balconi, applaudendo per onorare una donna che aveva vissuto con coraggio e umiltà. Persino gli uomini avevano le lacrime agli occhi, mentre un senso di profondo sgomento pervadeva la città. La sensazione di tutti, quel giorno, era che Gerusalemme avesse perso uno dei suoi simboli, come se improvvisamente una delle sue porte si fosse chiusa per sempre.
Hind Husseini era nata nella Città Santa nel 1916 e aveva trascorso i primi due anni della sua vita a Istanbul. Figlia di un giudice dell'impero ottomano, era rimasta orfana pochi mesi prima della sua dissoluzione, all'indomani della sconfitta nella prima guerra mondiale.
Dopo la morte del padre, Hind, insieme alla madre e ai cinque fratelli, aveva fatto ritorno a Gerusalemme, proprio nel momento in cui la Palestina era passata dall'amministrazione turca a un mandato britannico che sarebbe durato fino al 1948, quando nacque lo Stato d'Israele.
La casa in cui si erano stabiliti, di proprietà della famiglia Husseini da secoli, si trovava nel quartiere armeno ed era la stessa in cui il padre e la madre di Hind avevano abitato dopo essersi sposati. Era spaziosa e contava cinque camere da letto e un salone arredato con tappeti colorati e cuscini che la madre aveva fatto ricamare in un villaggio vicino, rinomato per l'abilità delle sue donne in quell'arte. Al centro del salone spiccava un narghilè appoggiato su un tipico tavolo arabo, un largo vassoio ovale d'argento sorretto da una struttura in legno scuro.
La madre di Hind si occupava dei terreni coltivati nella zona di Sheik Jarah e degli allevamenti di bestiame ereditati dal marito e dalla sua famiglia. Ogni mattina, di buon'ora, si recava sul posto a controllare il lavoro dei contadini, portando con sé il figlio più grande, Kemal, che desiderava inserire nell'attività per potergli affidare, un giorno, la guida degli affari di famiglia.


© 2004 RCS Libri Editori



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L'intervista alla giornalista di La7

«Sì Oriana senatore a vita. Da palestinese»

Rula Jebreal: «Fallaci esempio di libertà e coraggio anche se è sbagliato il suo inno alla guerra».


ROMA - Rula Jebreal ha 32 anni, una figlia di 8, un passaporto israeliano. Ma è palestinese. Dice: «Io sono nata ad Haifa e ho il passaporto israeliano. L’ho scoperto a 12 anni di essere cittadina israeliana. Mia sorella, invece, che è nata a Gerusalemme, ha solo un lasciapassare». Rula vive in Italia dal 1993, c’è arrivata con una borsa di studio, ha cominciato a lavorare come giornalista prima al Resto del Carlino poi al Messaggero . Scrive libri e adesso conduce un programma di approfondimento su La7 . Appoggia la sottoscrizione di Libero per Oriana Fallaci senatrice a vita. Della sanguigna e battagliera scrittrice italiana pensa tutto il bene possibile ma non condivide affatto la sua «deriva aggressiva, il suo inno alla guerra. Io aborro la guerra e ogni forma di violenza».

Lei però appoggia l’appello di Libero , perché?
«Perché Oriana è una persona di grandissima qualità, i valori che emergono dai suoi libri, dai suoi articoli li condivido, le sue battaglie per la libertà, la giustizia, l’emancipazione delle donne, la democrazia. È una persona di grande coraggio, che ha criticato i potenti della terra, non ha mai mostrato atteggiamenti servili, non si è genuflessa a nessuno. Una persona di un’onestà intellettuale e di una coerenza rara. Ed è una donna che sta combattendo adesso la sua più difficile battaglia, quella contro il cancro. Ecco perché se mi chiedono sì o no io dico sì, senatrice a vita è un premio, un segno di rispetto e ammirazione. Io questa donna l’ho molto ammirata».

L’ha ammirata o continua ad ammirarla anche oggi?
«L’ho ammirata molto fin dai tempi di Insciallah , ho letto Appuntamento con la storia e l’ho trovato bellissimo. Certo, negli ultimi tempi è arrivata a delle conclusioni per me assolutamente sbagliate».

Quali?
«A me sembra, forse sarà la malattia, una donna che ha perso ogni speranza, ogni fiducia nel mondo e negli uomini, e vede nella guerra uno strumento per dirimere le questioni, risolvere i problemi. Niente di più sbagliato. Inevitabilmente questo inno alla guerra si trasforma in odio cieco che non avvicina i due mondi, quello arabo e quello occidentale, ma li allontana, li separa senza appello. E non penso che sia giusto mettere tutti i musulmani in un unico calderone, tutti uguali, tutti nemici».

La Fallaci attacca tutti, anche gli Stati Uniti, anche il governo italiano.
«Perché non accetta le ingiustizie, l’ipocrisia, lì è il suo grande valore, se c’è un momento in cui una vita come la sua va gratificata, va esaltata, è proprio questo».

Lei ammira il suo coraggio, quindi, non i suoi pensieri.
«Oriana è una grande intellettuale, io non lo nego affatto. Alcuni suoi libri sono straordinari, la denuncia delle torture, per esempio. Lei ha sempre avuto la forza di denunciare fatti anche gravi con il profondo desiderio di far luce, di far conoscere al mondo. E di criticare il potere, senza temerlo, senza compiacerlo. Però lei adesso dice: in quel corpo c’è una cancrena, amputiamo la gamba. Io non la penso così».

Ma nel mondo arabo c’è adesso una cancrena?
«C’è un problema serio, c’è una grave corresponsabilità che favorisce questo odio, la mancanza di democrazia e il ruolo subalterno delle donne. Fino a che questi nodi non si scioglieranno i governi dei Paesi musulmani devono capire che stanno consegnando il mondo arabo al fanatismo religioso. Il loro è un suicidio politico».
Mariolina Iossa
07 marzo 2005






permalink | inviato da il 22/7/2005 alle 23:39 | Versione per la stampa

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