
Sull'acquisto de l'Unità da parte degli Angelucci non ho molto da dire: un imprenditore investe dove ritiene di ottenere più profitti. Se la strategia di Angelucci è quella di avere un Libero di destra e uno di sinistra (che cos'altro era l'Unità di Furio Colombo?), allora è giusto che compri, visto che gli attuali proprietari non riescono a sostenere il peso attuale delle perdite. Detto questo un giornale è un'azienda come un'altra, i contenuti dipendopno dai direttori (e ce ne sono di bravi e di meno bravi), che continuano a decidere fintanto che fanno gli interessi degli editori... (posto articoli da: Riformista, L'Opinione, AlternativaMente)
http://www.ilriformista.it/news/rif_lay_notizia_01.php?id_cat=61&id_news=6267EmMa su Il Riformista
Sabato scorso i redattori dell’Unità hanno pubblicato sul loro giornale una lettera aperta a Prodi, Veltroni e ai costituenti del Pd ai quali hanno rivolto un angoscioso interrogativo: «Non credete che la costruzione del Pd abbia ancora bisogno di una voce come l’Unità?». La domanda era preceduta da altri due angosciantissimi interrogativi: Il primo: «Davvero arrivano gli Angelucci, proprietari di Libero?». Il secondo: «Quali garanzie ci danno gli eventuali nuovi editori in termini di autonomia del giornale e per ciò che concerne la sua collocazione storica?» Sul primo interrogativo non c’è stata risposta. Veltroni ha già “i giornali” che lo sostengono e non vuole identificarsi in “un giornale” che gli darebbe solo fastidi politici e grattacapi finanziari. Punto. Per quanto riguarda gli altri due interrogativi forse i redattori dell’Unità dovevano porsene uno più interessante: perché l’Unità è arrivata a questo punto? Ciò detto, l’autonomia di un giornale è garantita innanzi tutto dal direttore e dalla redazione. L’Unità non è più un giornale di partito e il Pd l’ha mollato e non vedo perché, avendo lo stesso editore di Libero, il direttore e i redattori perdano autonomia e debbano calarsi le brache.
http://www.alternativamente.info/index.php?option=com_content&task=view&id=1190&Itemid=78Quale identità per l’informazione di sinistra
di Giovanni Mazzamati
Sembra che il 2007 debba essere ricordato come l’anno dei grandi cambiamenti, infatti prima il PD, poi la rinascita del Partito Socialista ed infine la “Cosa Rossa” hanno mutato lo scenario della sinistra italiana in pochissimi mesi. Non c’è che dire, ci troviamo di fronte ad avvenimenti storici.
Ma se i partiti cambiano, non restano uguali a se stessi neanche i quotidiani che a quella area politica facevano riferimento.
Europa, Il Riformista, L’Unità, Il Manifesto e Liberazione, cioè gli organi di stampa della sinistra attualmente al governo, vivono momenti difficili e sembra che il prossimo futuro riserverà colpi di scena eclatanti. La diminuzione del contributo statale previsto dalla Finanziaria rischia di rendere ancor più esigue le capacità economiche di giornali dalla tiratura molto limitata (L’Unità, di gran lunga il giornale più letto, non va oltre le 50 mila copie), ma è la politica a rappresentare l’elemento capace di scombinare le carte in tavola.
Il veltroniano PD ha avuto come sponsor principale La Repubblica di Eugenio Scalfari. Europa e L’Unità, giornali di riferimento rispettivamente di DL e DS, durante il periodo di gestazione del partito democratico hanno svolto un lavoro prezioso, accogliendo sulle loro pagine gli slanci dei dirigenti e le perplessità degli scettici, esaltando le prime e dissipando le altre. Ma ora sono rimasti orfani.
Europa ha sempre venduto un numero esiguo di copie ed un eventuale chiusura del quotidiano diretto da Stefano Menichini sarebbe un colpo per il pluralismo dell’informazione, ma non la fine del mondo. Diverso è il discorso per il quotidiano di Padellaro. Stiamo parlando de L’Unità, l’organo di partito del PCI, che ha ospitato sulle sue pagine la storia della Repubblica.
È freschissima la notizia per cui il quotidiano fondato da Antonio Gramsci sarebbe sul punto di essere rilevato dalla famiglia Angelucci, già editrice de Il Riformista e di Libero. Naturalmente se l’affare dovesse andare in porto le ripercussioni sulle linee editoriali sarebbero non immediate, ma sicuramente evidenti.
È difficile capire se dietro questa mossa ci siano precise volontà politiche, ma un dato è certo: il PD, ed in particolare Veltroni, si era mosso per porre a capo del giornale la famiglia Moratti, vicina la Sindaco di Roma. È possibile che ora Walter non si curi di una operazione così importante e che per giunta riguarda il quotidiano di cui è stato direttore dal ‘92 al ‘96?
Fatto sta che il cambio alla giuda de L’Unità rappresenta una scossa anche nei confronti degli altri giornali. Il Riformista, già di proprietà della famiglia Angelucci, potrebbe perdere quote di mercato (per la verità già molto esigue) a favore del nuovo arrivato nel gruppo editoriale. Ripetiamo, però, questa ipotesi è valida solo se si prende come punto di partenza che una manovra del genere non sia diretta dal PD.
Per Il Manifesto e Liberazione, invece, potrebbe essere una boccata d’ossigeno. I quotidiani che insieme a Carta hanno indetto la manifestazione del 20 ottobre sono alla ricerca di una loro identità. Il Manifesto ha abbracciato il percorso per la costruzione di un nuovo soggetto politico della sinistra radicale, sia quale scelta politica, ma anche come scelta di sopravvivenza.
Sono note a tutti le difficoltà economiche incontrate dal quotidiano di Gabriele Polo, tanto che lo scorso anno furono costretti a lanciare una campagna di sottoscrizioni per salvare il giornale dalla chiusura. Rivolgersi, quindi, ad una platea più vasta poteva equivalere ad un aumento delle vendite e a salvare la baracca.
Liberazione, invece, il percorso verso il soggetto unitario l’ha scelto per volontà di Fausto Bertinotti, il primo uomo politico ad avere questa brillante ed innovativa intuizione.
Due quotidiani con lo stesso target, quindi, che perseguono lo stesso fine e vogliono il medesimo risultato. A più di qualcuno è venuto il sospetto che ciò non aiuti a veicolare una informazione accattivante e funzionale a tale progetto.
Così ecco che, mentre passeggiava con Rina Gagliardi durante il corteo del 20 ottobre, Pietro Ingrao ha fatto balenare l’ipotesi che la “reductio ad unum” non sarebbe una bestemmia. Questa posizione, comunque, già serpeggiava nelle redazioni di via Tomacelli e di via del Policlinico e sicuramente prenderà corpo nei giorni prossimi, soprattutto se L’Unità scivolerà a destra. Siamo di fronte, quindi, ad un periodo di cambiamenti storici, che porterà grosse novità sulla scena della carta stampata italiana.
http://www.opinione.it/pages.php?dir=naz&act=art&edi=236&id_art=7398&aa=2007Edizione 236 del 30-10-2007
Scenari immaginifici di strategie nel mondo della carta stampata in fase pre-elettorale
Ucci ucci, ecco Angelucci
A sorpresa gli editori di Libero potrebbero mettere insieme un piccolo impero editoriale
di Alessandra Mieli
Eppur si muove. I fermenti che agitano gli scenari del settore media, mai così effervescente come nel periodo pre-elettorale, rimbalzano da un desk all’altro su e giù per la Penisola. Le mosse dei consigli d’amministrazione appaiono condizionate sia dal clima d’incertezza politica, sia dalla necessità di aggregare segmenti “dispersi” ordinandoli in un assetto che abbia un ubi consistam economico e una configurazione strategica (in caso di battaglia elettorale). La voce che circola insistentemente in queste ultime ore è quella di una “fusione” (su modello bancario) dei due quotidiani milanesi d’opposizione, vale a dire Libero e Il Giornale. Un primo passo è stato già fatto nella direzione della creazione di una società per la raccolta pubblicitaria alla quale, dicono i bene informati, parteciperebbe anche Daniela Santanchè. E, nella prospettiva che andremo a disegnare (per ora del tutto immaginifica) nella partita a scacchi questa è un’apertura di gioco che ha un suo peso. Dopodiché si vocifera che al direttore responsabile di Libero sia stata offerta la direzione del Giornale nella quale si è appena insediato Mario Giordano.
Diciamo subito che, a quanto ci risulta, Sandro Sallusti ha respinto al mittente l’offerta. Non tanto per amore nei confronti di Giordano quanto perché, nonostante i suoi rapporti personali con Vittorio Feltri, dopo l’arrivo di Oscar Giannino, si siano, pare, raffreddati, di Sallusti si può pensare quello che si vuole, ma non che sia poco lungimirante. Già quest’estate qualcuno lo dava in libera uscita dal quotidiano degli Angelucci e, invece, è rimasto saldamente ancorato alla poltrona. Sallusti, a cui occhi non è certo passata inosservata la strategia dei suoi editori, vede che gli Angelucci stanno mettendo insieme un piccolo impero editoriale che potrebbe poi anche scegliere di quotarsi in Borsa. Ma questa operazione di mercato avverrebbe dopo che è giunta in porto anche la vecchia corazzata che fu di Indro Montanelli. Non sfugge infatti che al Giornale abbiano dato il via a uno sfoltimento dei ranghi (tramite dorati pre-pensionamenti) che dovrebbe ridurre di un terzo l’organico della redazione e di molto di più i costi per il personale senza tralasciare il lifting di svecchiamento dei superstiti. Tuttavia il giornale del fratello del cavaliere non è una macchina che fabbrica soldi....
E, alla fine, qualcuno in famiglia si deve essere stufato di continuare a vedere conti negativi. Così si spiega la mossa (astuta e razionale) di concentrarsi sulla parte di business che riesce meglio: ovvero la raccolta pubblicitaria. Dopodiché avrebbe senso anche (invece che continuare a strapparsi i lettori) fondere le due testate per dar vita a un quotidiano marcatamente nordista e filo “polista”. Certo due direttori però sarebbero troppi e, visto l’indiscusso prestigio di Feltri, a farne le spese sarebbe colui il quale in quel preciso momento starà occupando la poltrona in via Negri. Giordano non ha di che preoccuparsi, tornerà a Mediaset, senza fare un plissè, ma per Sallusti le cose potrebbero andare diversamente ed ecco perché il saggio Alessandro non si sarebbe lasciato adescare dalle sirene della direzione del Giornale. Questo bel quadretto però non tiene conto delle difficoltà insiste nel progetto: la fusione comporterebbe una complessa serie di operazioni, tutt’altro che semplici, sulle due società che non si possono fare (per quanto brevi e rapidi) in tempi brevissimi. Quindi non comporterebbe una valenza pre-elettorale. E, di conseguenza, potrebbe essere un progetto destinato ad attendere tempi (migliori?).
Altro capitolo ben più complicato e delicato, è quello che riguarda Rcs MediaGroup. Intanto diciamo subito che anche qui non si hanno notizie degli auspicati (da una parte politica) mutamenti al vertice. Anzi. Nulla appare più roccioso dell’attuale assetto. Ma le recenti frane sulle Dolomiti insegnano a dubitare anche della tenuta di una montagna. Tuttavia un segnale forte di tenuta è stato offerto, non solo ufficiosamente da dichiarazioni rassicuranti dell’amministratore delegato Antonello Perricone, ma anche dallo spostamento della riunione del patto di sindacato. L’incontro tra i soci, invece che avvenire a breve, cosa, come si racconta, che pare fosse auspicata da uno degli azionisti del patto prossimo a quella parte politica stufa di essere bombardata quotidianamente; la riunione del patto di sindacato, dicevamo, è slittata al giorno degli auguri di Natale. In Cda, prossimamente si parlerà, come ha detto il notaio Piergaetano Marchetti, solo e unicamente di conti, e non di teste da far saltare. Nel capitolo “trasferimenti interni” corre voce che Carlo Verdelli sia in movimento dalla Gazzetta. Potrebbe aspirare al ruolo di condirettore lasciato vacante da Paolo Ermini e. da quello, tentare il balzo alla poltrona occupata da Paolo Mieli. Una strada troppo tortuosa per chi, come Verdelli, ha imparato a sue spese a diffidare delle promesse.
Per rimanere in via Solferino, pare pure che i signori azionisti del parlamentino che governa Rcs siano “l’un contro l’altro armati”. Sembra, ci si passi il paragone, un’edizione finanziaria dei mal di pancia della maggioranza governativa. Per non parlare degli outsider, ovvero di quelli il cui cuore non ha mai battuto né per Romano Prodi, né, tanmeno, per Valter Weltroni che potrebbero essere gli oscuri (per ora) adiuvanti di un altro imprenditore della comunicazione interessato ad acquisire un settimanale di casa Rcs. Il patròn di Class editori si sta dimostrando ultimamente molto dinamico e dà l’impressione di muoversi verso un’espansione ulteriore del suo impero mediatico. Ma, per non fare il passo più lungo della gamba, meglio poter contare su amici di peso. Il vero mistero fitto come una nebbia in val padana però è che mano di carte calerà un altro patròn delle cliniche entrato di recente nell’azionariato di via Solferino, ovvero Giuseppe Rotelli che per ora fa ancora anticamera fuori dal parlamentino. Ma che, non appena si era “appalesato” alle porte del salotto buono la scorsa primavera, era immediatamente entrato nel mirino della magistratura.